Viviana

Ponchia

Mi rivolgo a chi non può farsene una ragione. Ai devoti della prima seggiovia a meno venti, cacciati dalle piste quando anche i lupi scendono a valle. Ai puristi che non tollerano la confusione tra farinosa e polverosa. Agli ossessivi che si tirano le lamine da soli e ad agosto vanno a controllare la consistenza della sciolina. I coreografi della scena bianca, le prime firme dietro lo spazzaneve. I malati inconsolabili. Insomma mio fratello. Certe tare hanno base genetica ma evoluzioni diverse. Io per esempio sono guarita. E un anno sabbatico senza sci mi fa soffrire solo per chi deve rimetterci. La grande industria bianca troverà i suoi ammortizzatori anche stavolta, come nelle bolle anticicloniche di fine anni ’80 quando a dicembre i prati erano gialli. E tutti ce ne faremo una ragione. La montagna è sempre lì. Va solo cambiata prospettiva, purché sia in salita. Dall’alto di una funivia sembra tutto possibile. Partendo dal basso tutto diventa possibile. A piedi, con le ciaspole e i ramponi, gli sci da fondo o da alpinismo, lo slittino che si mette storto, semplicemente con le mani in tasca e gli occhi al cielo. L’accoppiata di fatica e inverno produce effetti allucinogeni miracolosi. È di uno choc che abbiamo bisogno. Di sudare dentro la termica e puntare in alto per sentirci sani e invincibili. È stato un anno di rinunce, ma basta uno sforzo e siamo in cima. E poi in un modo o nell’altro torneremo a goderci la discesa.