Stefano Cecchi Ritengo offensiva questa storia dell’etichetta sui pantaloni "falli lavare alla tua donna". Ma non come rigurgito tessile di antifemminismo, piuttosto come grave sottovalutazione delle capacità del maschio. Credo infatti che chi ha fatto ciò non conosca mia moglie, donna straordinaria che...

Stefano

Cecchi

Ritengo offensiva questa storia dell’etichetta sui pantaloni "falli lavare alla tua donna". Ma non come rigurgito tessile di antifemminismo, piuttosto come grave sottovalutazione delle capacità del maschio. Credo infatti che chi ha fatto ciò non conosca mia moglie, donna straordinaria che non cambierei per nessuna, ma quando le capita di lavare i miei pantaloni, poi debbo sempre comprarne di nuovi perché, centrifugati a 1200 giri, questi mutuano l’aspetto di un pigiama a righe da carcerato. Non solo. Se parimenti sulle confezioni di cibo ci fosse scritto: "Fattelo cucinare dalla tua donna", probabilmente sarei in tv dalla D’Urso come caso umano portato da Lemme, visto che, mentre io sono capace di capolavori culinari come l’amatriciana destrutturata, con lei mi sono trovato in tavola penne al paté di fegato e tortellini al brodo che sembravano canederli, visto che erano stati cucinati alle 20 quando rientravo alle 23. Insomma: credo sia il momento di dichiarare che per i lavori domestici un uomo ha bisogno di una donna come un pesce ha bisogno di una cyclette. Non perché noi maschi si ami pulire o stirare (un amico dice che il suo secondo lavoro di casa preferito è spazzare e il primo sbattere la testa sul comodino fino a svenire), ma perché ci siamo affrancati dal giogo millenario che ci voleva in casa ostaggi delle donne, come perenni landibuzzanca a subire le deliescale di turno. Per questo sui pantaloni casomai suggerisco di scrivere: "Falli stirare al tuo uomo". Son sicuro che non faremmo una piega.