L'interno della scuola Diaz dopo l'intervento della polizia
L'interno della scuola Diaz dopo l'intervento della polizia
Una tonnara. La scuola Diaz, il 21 luglio di vent’anni fa, venne trasformata per un paio d’ore in un luogo di mattanza. Eravamo 93 tonni, chiusi nell’edificio circondato da centinaia di agenti, al cospetto di qualche decina di carnefici in divisa armati di manganelli. Entrarono correndo verso mezzanotte e picchiarono con furia, senza alcun riguardo, incuranti se il tonfa colpiva un braccio, una schiena, un fianco, una testa. Nelle tonnare ciascun pesce assiste all’arpionamento dei suoi vicini, prima d’essere infilzato a sua volta. Così alla Diaz. G8 di Genova, alla Diaz ha perso lo Stato. "Io, picchiato senza sapere perché" Dall’angolo della palestra al pian terreno, dove mi ero sistemato con il sacco a pelo, seguii allibito il pestaggio dei più vicini all’ingresso. Avevano le mani alzate, urlavano “no violence“, ma erano tonni (in larga parte stranieri) e vennero travolti...

Una tonnara. La scuola Diaz, il 21 luglio di vent’anni fa, venne trasformata per un paio d’ore in un luogo di mattanza. Eravamo 93 tonni, chiusi nell’edificio circondato da centinaia di agenti, al cospetto di qualche decina di carnefici in divisa armati di manganelli. Entrarono correndo verso mezzanotte e picchiarono con furia, senza alcun riguardo, incuranti se il tonfa colpiva un braccio, una schiena, un fianco, una testa. Nelle tonnare ciascun pesce assiste all’arpionamento dei suoi vicini, prima d’essere infilzato a sua volta. Così alla Diaz.

G8 di Genova, alla Diaz ha perso lo Stato. "Io, picchiato senza sapere perché"

Dall’angolo della palestra al pian terreno, dove mi ero sistemato con il sacco a pelo, seguii allibito il pestaggio dei più vicini all’ingresso. Avevano le mani alzate, urlavano “no violence“, ma erano tonni (in larga parte stranieri) e vennero travolti da calci e manganellate. I poliziotti urlavano, insultavano. Frasi come “stavolta vi divertite meno”, “questo è l’ultimo G8 che fate”. Mi colpirono in due, alla cieca, senza badare a nulla. Sentivo sulle braccia, mentre riparavo la testa, dei tonfi sordi, il sangue che scendeva dalle ferite, le ossa che parevano gonfiarsi. Mi trovai prostrato, scioccato, piegato. Non riuscivo a tenere il busto eretto. Poi venne un terzo agente, una specie di toro senza capelli e una camicia bianca sotto la pettorina blu della polizia: mi diede una ripassata, colpendomi alla schiena. Fu lui a marchiarmi con un manganello elettrico: per settimane rimasi con una strana crosta circolare alla spalla sinistra.

Poi cominciò il peggio. Due ore trascorse in balìa degli agenti senza sapere come sarebbe finita. Urlavano minacce: “nessuno sa che siamo qui”, “possiamo fare di voi quello che vogliamo”. Molti dei tonni piangevano a dirotto, altri invocavano la mamma. Un ragazzo ebbe una crisi epilettica. Eravamo sottoposti a un arbitrio incontrollabile e nessuno poteva venire a salvarci: la polizia era già lì… I più lucidi pensarono a un colpo di stato, altri furono travolti dalla convinzione d’essere prossimi alla fine; io ero concentrato sul mio telefonino: avrei voluto chiamare qualcuno, ma temevo che me lo avrebbero sequestrato. Infine arrivò un infermiere e subito dopo un medico. Tamponarono le ferite, steccarono alla meglio le fratture. Uscii dalla scuola in barella, con le braccia bloccate da due cartoni avvolti da una garza. Gli infermieri non avevano materiali sufficienti per tutti. Il medico mi disse che la ferita all’avambraccio arrivava fino all’osso.

Dall’ambulanza usai finalmente il cellulare. Chiamai alcuni colleghi giornalisti. Raccontai i fatti. Fui l’unico dei 93 di cui si seppero subito nome, cognome e professione, mentre la polizia annunciava di aver preso gli appartenenti al cosiddetto Black bloc. Passai la notte all’ospedale Galliera fra ricuciture, lastre, ecografie. Poi, arrivato in reparto, trovai due agenti in camera. Seppi solo il giorno dopo, e leggendo un quotidiano che gli agenti mi avevano passato, il motivo del mio arresto: ero accusato di associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, resistenza aggravata a pubblico ufficiale, porto abusivo di armi da guerra. Accuse enormi e incomprensibili. L’interrogatorio dei pm Canepa e Canciani – era il 23 luglio – segnò il ritorno alla legalità: raccontai i fatti, ebbi l’impressione che mi credessero. Fui scarcerato la sera stessa.

Passati vent’anni resta tutta l’amarezza di un cittadino umiliato e privato dei diritti fondamentali e mai davvero risarcito sul piano etico e morale. La polizia non ha mai seriamente chiesto scusa, né ripudiato quei fatti, giustificati sul momento con un’impressionante catena di menzogne e falsi in atti pubblici. I dirigenti responsabili dell’operazione sono stati alla fine condannati, ma sono arrivati al giudizio di Cassazione nel 2012 con incarichi più alti rispetto al 2001. Si era pensato bene di premiarli con promozioni e avanzamenti di carriera. Nonostante le sentenze di condanna, la Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per non avere fatto davvero giustizia: pene troppo lievi, i picchiatori non perseguiti perché irriconoscibili, i vertici di polizia lasciati liberi di ostacolare “impunemente “ – così ha scritto la Corte – l’azione della magistratura. È spiacevole ma dobbiamo dirlo: il 21 luglio 2001 non solo è stato, ma ancora resta per il nostro paese un giorno di profonda vergogna.