Matteo Massi Un anno e mezzo fa, circa, mi capitò di intervistare Federico Faggin. Che, per chi non lo conoscesse, è l’uomo che ha inventato microchip e touchscreen, prima che i giganti della tecnologia (e della Silicon Valley) li declinassero nei modi e negli strumenti che conosciamo. La chiacchierata...

Matteo

Massi

Un anno e mezzo fa, circa, mi capitò di intervistare Federico Faggin. Che, per chi non lo conoscesse, è l’uomo che ha inventato microchip e touchscreen, prima che i giganti della tecnologia (e della Silicon Valley) li declinassero nei modi e negli strumenti che conosciamo. La chiacchierata con un protagonista della stagione d’oro della valle del silicio, squarciò il velo di preoccupazione sul rapporto tra uomo e macchina e confermò, se ce ne fosse ancora bisogno, che quella che la Silicon valley sta vivendo ora è un’altra stagione dell’oro, meno creativa ma decisamente più remunerativa. In cui si punta a capovolgere il rapporto uomo-macchina, tanto da rendere questa stagione poco umana e (perfino) umanistica. Sapere che, in prospettiva, ci sarà un bracciale, griffato Facebook, che metterà nero su bianco ogni nostro impulso cerebrale, mi preoccupa.

Le macchine, per quanto siano performanti, non potranno mai sostituire il multiforme pensiero umano. E tralascio per ora – anche se è un aspetto tutt’altro che secondario – ciò che comporta affidare la lettura del nostro pensiero a un gigante della tecnologia che ha come unico obiettivo aumentare i profitti, con strumenti sempre più diversi e disparati. Sono contento che Facebook, tra le pieghe del progetto, pensi ai malati di Alzheimer (e so cosa significa averne uno in famiglia). Ma preferisco tenermi questo mondo sentimentale-creativo in analogico, magari sarà doppio ma è anche empatico. Le imperfezioni ci rendono unici e ancora umani. Per nostra fortuna.