Giovani vs anziani
Giovani vs anziani
Se mai qualcuno scriverà un libro di fantascienza distopica sul Covid-19, non potrebbe che ispirarsi in un modo o nell’altro al conflitto generazionale. Non si era mai presentato in forme cosi crude e non è affatto detto che svanisca con la fine della pandemia. Almeno stando alla ricerca di Tendercapital-Censis questa tendenza non è affatto destinata a indebolirsi: il 54,3 per cento dei giovani pensa che si spendano troppe risorse pubbliche per gli over 65 (un bel balzo in alto rispetto allo scorso anno quando a fare il medesimo ragionamento era il 35% di loro). Né finisce qui: più di 7 italiani su 10 (il 74,1 per cento) tra i 20 e i 35 anni ritiene che ci siano troppi anziani in posizioni di potere, "dall’economia, alla società, fino ai media". Gerontocrazie che rendono "lividi" i giovani al punto che il 42,2% degli under 35 ritiene che in periodi di emergenza (come appunto quello della pandemia) quando i malati sono molti di...

Se mai qualcuno scriverà un libro di fantascienza distopica sul Covid-19, non potrebbe che ispirarsi in un modo o nell’altro al conflitto generazionale. Non si era mai presentato in forme cosi crude e non è affatto detto che svanisca con la fine della pandemia. Almeno stando alla ricerca di Tendercapital-Censis questa tendenza non è affatto destinata a indebolirsi: il 54,3 per cento dei giovani pensa che si spendano troppe risorse pubbliche per gli over 65 (un bel balzo in alto rispetto allo scorso anno quando a fare il medesimo ragionamento era il 35% di loro). Né finisce qui: più di 7 italiani su 10 (il 74,1 per cento) tra i 20 e i 35 anni ritiene che ci siano troppi anziani in posizioni di potere, "dall’economia, alla società, fino ai media". Gerontocrazie che rendono "lividi" i giovani al punto che il 42,2% degli under 35 ritiene che in periodi di emergenza (come appunto quello della pandemia) quando i malati sono molti di più delle opportunità di cura (ad esempio posti letto, terapie intensive) è giusto decidere l’accesso alle cure dando priorità ai giovani: nel 2020 l’asticella era a quota 49,3%. Un risentimento "che fa impressione – sottolinea la senatrice renziana Annamaria Parente, presidente della commissione Sanità – E’ l’impatto sociale del Coronavirus". E sta lì a dimostrare come la ferita sia tutt’altro che rimarginata.

Rintracciare le origini dell’acuirsi di questa lacerazione non è difficile: il Covid-19 non è la prima pandemia che si è dimostrata anagraficamente selettiva. Lo era stata anche la terribile spagnola che infuriò nel mondo dal 1918 al 1920, solo che in quel caso a essere colpiti erano i giovani, mentre gli anziani se la cavarono con meno danni. Al contrario, questo virus si è accanito con maggior forza sugli over 65. E ciò ha comportato diverse conseguenze e diverse fasi. Ricordate? In principio, fu caldamente consigliato alle persone più anziane di non uscire, e comunque di evitare i luoghi affollati. Benché i ’vecchi’ costretti a casa avessero il dente avvelenato, il fenomeno tutto sommato sembrava gestibile e non toccava più di tanto i ragazzi: a febbraio del 2020 furono chiuse solo le scuole nelle zone del Nord più colpite. Poi, però, la situazione iniziò a degenerare, per arginare la diffusione della pandemia a marzo si cominciarono a serrare ovunque le aule scolastiche per arrivare in un batter d’occhio al lockdown totale. A conti fatti, tutti erano stati colpiti allo stesso modo e se qualcuno aveva pagato un prezzo più alto erano proprio gli anziani; ma il quadro si è ribaltato alla fine dell’estate con l’arrivo della seconda ondata. Nel mirino sono finiti allora i giovani, accusati di passare le ore della notte assembrati di fronte ai bar o di spintonarsi nelle discoteche. Le misure restrittive hanno colpito loro più di chiunque altro perché, come è ovvio, limitare fortemente la vita sociale bersaglia chi della vita sociale è protagonista, cioè i ragazzi, molto più degli anziani. Aspetto reso ancor più pesante dal fatto che proprio i giovani sono quelli meno a rischio nella pandemia. Insomma, la fascia d’età che meno doveva preoccuparsi del Covid-19 è quella che, in questi ultimi mesi, ha subito le maggiori restrizioni. E "a vent’anni ’rinunciare’ è un verbo declinato con fatica", per dirla con lo psicologo e sociologo Paolo Crepet.

Ma se il Coronavirus ha di molto esacerbato il problema non lo ha tuttavia creato: insomma il virus è piovuto sul bagnato. Per una serie di motivi facilmente spiegabili. Ma non per questo meno dolorosi. Il ricambio generazionale è lento. La vita si è allungata e quella lavorativa pure: i nuovi posti di lavoro hanno poco a vedere con quelli della generazione precedente sia quanto a livelli salariali sia quanto a diritti e garanzie. D’altra parte, i giovani la sensazione che questo non sia un Paese per loro l’avevano già da prima e la pandemia ha solo fatto salire, anche se di molto, la febbre. A complicare la situazione c’è poi il fatto che a reggere le famiglie spesso sono proprio gli anziani: ne sono convinti gli stessi nonni che a diventare bersagli non ci pensano per niente. Quasi 9 su dieci di loro (l’88,7% degli intervistati) si definisce anzi il bancomat di figli e nipoti. Forse esagerano, ma non di moltissimo: il 67,1% degli adulti è concorde. E capita che la pensino alla stesso modo anche il 50,8% di quei giovani che di dover contare solo su quel "bancomat" non ne possono più. "Una misura di assistenzialismo familiare da combattere – commenta ancora Crepet – e un sistema molto diseducativo per i ragazzi". I quali forse sono ingrati, ma non cattivi: il 76,8% di loro pensa sia necessario far rimanere le persone anziane nel proprio domicilio, senza parcheggiarle in una Rsa.