Marco

Buticchi

Siete sicuri che la festa equivalga al riposo? Pensate a uno dei tanti Natali vissuti prima che le restrizioni pandemiche modificassero le nostre esistenze. Radunare il gregge familiare è già un’impresa: buona norma è occuparci degli spostamenti, accertarci dello stato del viaggio.

Ma anche rimuovere l’auto familiare dal box per lasciare il posteggio a zia, così è tranquilla.

L’apertura dell’uscio è importante per il prosieguo della serata. E, mentre si spalanca la porta col sorriso d’augurio, si pensa ai ninnoli, ai decori, ai finti rami di pino, alle palline di vetro cadute e rotte, ai regali… i regali: siamo sicuri di esserci ricordati di tutti? Perché se dovesse mancare quello per il terribile nipotino Carletto, si aprirebbe un cielo di lagne e lacrime cadenti. Affidata la bottiglia di spumante allo zio Franco perché lui sa come stapparla, un’ultima occhiata in cucina: il ripasso delle portate, gli eterni tortellini in brodo, i piatti tipici che costano giorni di fatica ai fornelli.

A tavola bisogna accontentare tutti, avere a mente intolleranze e ritrosie e guai se si trascura un ospite.

L’apertura dei regali è il coronamento della fatica: la solita cravatta, una sciarpa riciclata, i saluti e la casa da riassettare come se fosse passato un tornado. Finalmente, nell’intimità natalizia, sacrosanta sarà la solita battuta: "L’anno prossimo, Natale si fa fuori città!".