Il caso della ministra israeliana delle Infrastrutture Karine Elharrar, che come me si sposta in carrozzina, ci riporta con l’ennesimo schiaffo a una dura realtà, ricordandoci quanto ancora sia incapace la nostra società, non solo di rendersi conto di quali siano le necessità dei partecipanti invitati, e dunque previsti (cosa fin troppo semplice), ma più in generale di prevenire ogni eventuale difficoltà, e così di pensare un posto su misura di tutte e tutti, senza dover per forza stabilire categorie o etichette per facilitare l’inclusione delle persone in determinati contesti.

Quando questa superficialità appartiene alle Nazioni Unite, che dovrebbero spendersi proprio per un mondo più inclusivo, fa però doppiamente male, perché ci pone davanti a una verità dolorosa: la totale empatia e la più completa consapevolezza, forse, sono davvero impossibili da raggiungere.

Ecco perché dobbiamo allenarci ad allargare sempre più il nostro sguardo. Perché se anche i massimi vertici delle istituzioni si lasciano andare a simili errori, non possiamo permettere che diventino cattivi maestri di una cultura già dura a progredire: ricordiamoci che ognuno di noi può fare la differenza, nel proprio piccolo, perché basta poco. Solo così avremo ingegneri, architetti, geometri, ma anche insegnanti, educatori, qualunque cittadino più attento e consapevole. Ognuno, allo stesso modo, fondamentale. Una sfida difficile ma possibile, anche se non oggi.

* Consigliere regionale Toscana