Roberto Giardina Ora basta. A Bruxelles è stato convocato l’incaricato d’affari della Bielorussia: l’Unione Europea non potrà tollerare altre provocazioni. L’ultima, l’esodo forzato di profughi nella vicina Lituania, costretta a erigere un muro lungo il confine. Ma il dittatore non si cura delle parole, né delle sanzioni che ricadono sui cittadini. Pochi europei saprebbero...

Roberto

Giardina

Ora basta. A Bruxelles è stato convocato l’incaricato d’affari della Bielorussia: l’Unione Europea non potrà tollerare altre provocazioni. L’ultima, l’esodo forzato di profughi nella vicina Lituania, costretta a erigere un muro lungo il confine. Ma il dittatore non si cura delle parole, né delle sanzioni che ricadono sui cittadini. Pochi europei saprebbero indicare sulla carta i confini della Bielorussia, non segnati come avviene da un fiume o da una catena montuosa, sulla vasta pianura orientale, tra Lituania e Russia a nord e a est, la Polonia e l’Ucraina a sud e a ovest. I nove milioni e mezzo di abitanti parlano russo e bielorusso, che è un misto di russo e ucraino. L’identità linguistica non è netta, ma la popolazione ha un forte sentimento nazionale. Indipendente dal ’90, ma dal ’94 dominata da Alexander Lukashenko, che si regge sull’odio e la paura. L’uomo di Minsk schiavizza il suo popolo, e tiene in scacco l’Europa. La Bielorussia è cosa sua, l’ultimo satellite dell’Urss rimasto fedele a Mosca. Alleato utile e anche scomodo. Lukashenko ha ordinato di rapire a Tokyo, l’atleta Kristina Timanovskaja, colpevole di critiche al regime. La ragazza, 24 anni, si è rifugiata in Polonia e ha chiesto asilo. Altro problema per la UE. Ora basta, minaccia Bruxelles, e Lukashenko sorride. A maggio ha fatto dirottare l’aereo con a bordo il giornalista Roman Protasevich, 26 anni, altro suo nemico. Chi è contro rischia la galera o peggio. L’attivista Vitaly Schischov, 26 anni, è stato trovato impiccato martedì. Pochi credono al suicidio. Ieri a Minsk si è aperto il processo all’attivista Marya Kolesnikova, 39 anni, rischia 12 anni. Il mondo s’indigna, e Lukashenko diventa più spietato. Forte in casa, debole fuori, confida nel padrino Putin, che non può perdere l’unica pedina nel cuore d’Europa. Finché non troverà a Minsk un uomo più controllabile, salvando la faccia.