Una manifestazione di independentisti scozzesi a Glasgow nella scorsa primavera
Una manifestazione di independentisti scozzesi a Glasgow nella scorsa primavera
Apertura a sorpresa da parte del governo britannico sulla possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. Lo ha detto ieri Michael Gove, cancelliere del ducato di Lancaster e braccio destro del primo ministro inglese, che ha confermato che la possibilità di mettere in atto un nuovo referendum sulla secessione scozzese dalla Gran Bretagna "c’è, se ci fosse una volontà consolidata da parte del popolo scozzese". Ma si sa che i pronunciamenti di Gove sono spesso sibillini, e non è infatti chiaro cosa intendesse per "volontà consolidata". Gove,...

Apertura a sorpresa da parte del governo britannico sulla possibilità di un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese. Lo ha detto ieri Michael Gove, cancelliere del ducato di Lancaster e braccio destro del primo ministro inglese, che ha confermato che la possibilità di mettere in atto un nuovo referendum sulla secessione scozzese dalla Gran Bretagna "c’è, se ci fosse una volontà consolidata da parte del popolo scozzese".

Ma si sa che i pronunciamenti di Gove sono spesso sibillini, e non è infatti chiaro cosa intendesse per "volontà consolidata". Gove, che di recente ha divorziato dalla moglie giornalista dopo più di 20 anni di matrimonio (tra voci scabrose di tradimenti e altro), si è subito affrettato a chiarire: "Il principio secondo cui il popolo scozzese, nelle giuste circostanze, può porsi di nuovo la domanda (se separarsi dal Regno Unito) rimane. Semplicemente, io non credo sia appropriato, e la gente pensa lo stesso, che ci si ponga la domanda ora".

Gove ha voluto cavalcare il momento di massima crisi del Snp, il partito nazionale scozzese guidato dalla prima ministra Nicola Sturgeon, che si trova in difficoltà dopo gli ultimi dati emersi sull’ecatombe di morti per droga in Scozia, uno dei più grossi problemi che la Sturgeon aveva promesso di risolvere e che invece sembra solo peggiorare.

Gli scozzesi sono ora più preoccupati dalle ineguaglianze sociali, dalla sanità e dalla scuola che dall’indipendenza dal resto del Regno Unito e i sondaggi più recenti danno il fronte del sì (per l’indipendenza) al 48% (contro il no al 52%). L’ultimo referendum per l’indipendenza fu nel 2014, quando il 55% della Scozia votò per restare con il Regno Unito e il 45% per staccarsi. Fu quella sconfitta che vide la fine della leadership di Alex Salmond (che ora è tornato in politica dopo diversi scandali a sfondo sessuale, con un nuovo partito indipendentista: Alba) e l’inizio del periodo di Nicola Sturgeon. Il referendum del 2014 doveva essere "un voto generazionale", ma il Snp sostiene che la Brexit avrebbe rimesso in discussione tutto, avendo la Scozia votato per restare nella Ue. Ora la Sturgeon spera di fare il colpaccio con un referendum sull’indipendenza numero 2, cavalcando lo scontento per la Brexit di gran parte degli scozzesi, nonché la scarsa popolarità del premier Boris Johnson a nord del confine.

Ma alla Scozia mancano i numeri per entrare nella Ue e mancano le risorse per sopravvivere senza l’Inghilterra, con cui ci sono legami non solo storici ma economici, commerciali e culturali, considerati da molti indissolubili.

Ci sono poi anche i problemi della moneta, visto che gli scozzesi non vogliono abbandonare la sterlina e sono contrari all’euro, e di un eventuale confine duro con l’Inghilterra, messo in risalto dalla situazione sempre più allarmante in Irlanda del Nord.

Deborah Bonetti