Il profesor Guido Silvestri
Il profesor Guido Silvestri

Roma, 27 maggio 2020 - Mentre in Italia siamo ancora avvitati nel dibattito sulle limitazioni negli spostamenti da una regione all’altra, nel resto del mondo si guarda al superamento del concetto di lockdown. Lo sostiene l’immunologo Guido Silvestri. "Siamo al giorno ventidue dalla riapertura del 4 maggio, nessun segno di ritorno di fiamma del virus", scrive il ricercatore, che insegna alla Emory University di Atlanta, Usa. "Ho la vaga sensazione che il mestiere del catastrofista stia diventando faticoso". Silvestri ritiene che il caldo potrebbe avere un ruolo nel mitigare l’espressione del virus Sars-CoV-2, esclude scenari apocalittici – ormai palesemente sballati – come quello che ipotizzava 151mila ricoverati in terapia intensiva in Italia entro l’8 giugno in caso di riapertura (in realtà le terapie intensive si sono svuotate). Verosimile piuttosto un ritorno del Coronavirus a dicembre, per questo monitoraggio e preparazione saranno fondamentali in vista della stagione invernale. Nelle pillole di ottimismo, il prof americano replica agli amici che gli chiedono perché, due mesi dopo, abbia cambiato idea dichiarandosi contrario alle chiusure drastiche. "Premettendo che di tipi di lockdown ce sono tanti, definirsi pro o contro chiusura ha poco senso, è normale aggiornarsi alla luce delle conoscenze".

I fatti chiave, oltre alla stagionalità del virus, riguardano l’immunità naturale nella popolazione, le terapie, e il fatto che non sempre le chiusure totali hanno dato risultati migliori delle soluzioni parziali o limitate, vedi l’esempio della Florida. Nel dibattito si inserisce Michael Levitt, professore a Stanford, premio Nobel per la chimica, secondo il quale le chiusure indiscriminate possono provocare molti più guasti di quanti ne abbia combinati il virus, anche in termini di vite umane. I focolai più rilevanti si sono avuti presso case di riposo, ospedali, famiglie: in altri contesti sono rari. Di contro abbiamo danni psicologici e socio-economici enormi. Israele, Germania e Svezia, hanno scelto soluzioni più articolate. I lockdown collegati al Coronavirus sono riusciti a distruggere i mezzi di sostentamento per milioni di persone, sostiene uno studio firmato JP Morgan. L’autore del rapporto, Marko Kolanovic, un fisico, sostiene che i governi si sono fatti spaventare da analisti e modelli basati su premesse opinabili. I bilanci si faranno alla fine, ma i vantaggi nella ripartenza saranno evidenti nelle realtà che hanno limitato al minimo il lockdown. Fin qui gli stranieri.

Da citare, in conclusione, uno sfogo del professor Matteo Bassetti, presidente della Società italiana di terapia antinfettiva, che allude alle nuove misure di contenimento sociale, affidate a non meglio precisati volontari: "Gli italiani non hanno bisogno di guardiani – osserva il professor Bassetti – ne abbiamo già avuti abbastanza. Basta dirgli quello che devono o non devono fare invece di complicare le cose con plurime e diverse idee relativamente agli strumenti di protezione, dal distanziamento fisico alla mascherina. Per uscire dall’impasse basta essere molto semplici: poche regole, chiare e condivisibili. Senza bisogno di avere altri poliziotti che ti dicono quello che non devi fare".

Il dibattito, dunque, è aperto. Ma, davvero, ha ancora senso un ritorno alle chiusure come misura catenaccio per fronteggiare una eventuale seconda ondata? Cresce la consapevolezza che possiamo convivere con il virus seguendo le note regole igieniche, senza per questo stravolgere le basi della nostra società.