Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dai giuristi della Fondazione Einaudi contro il diniego di accesso agli atti, opposto dal Governo sui verbali del comitato tecnico scientifico, posti a base dei Dpcm emessi durante il lockdown, di cui avevano chiesto copia. Gli avvocati della Fondazione (Todero, Pruiti Ciarello e Palumbo) avevano chiesto che il premier Giuseppe Conte rendesse disponibili i verbali del comitato tecnico scientifico. In tali Dpcm, le misure restrittive di diritti e libertà di rango costituzionale, imposte agli italiani – si legge in una nota –, risulterebbero motivate sulla scorta delle valutazioni operate dal Comitato Tecnico Scientifico. I verbali che contengono quelle valutazioni, nonostante siano riportate in tutti i Dpcm come motivazione e giustificazione di quegli atti, non sono mai stati pubblicati dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Grazie a questa sentenza spiegano i giuristi che hanno vinto...

Il Tar del Lazio ha accolto il ricorso presentato dai giuristi della Fondazione Einaudi contro il diniego di accesso agli atti, opposto dal Governo sui verbali del comitato tecnico scientifico, posti a base dei Dpcm emessi durante il lockdown, di cui avevano chiesto copia. Gli avvocati della Fondazione (Todero, Pruiti Ciarello e Palumbo) avevano chiesto che il premier Giuseppe Conte rendesse disponibili i verbali del comitato tecnico scientifico. In tali Dpcm, le misure restrittive di diritti e libertà di rango costituzionale, imposte agli italiani – si legge in una nota –, risulterebbero motivate sulla scorta delle valutazioni operate dal Comitato Tecnico Scientifico. I verbali che contengono quelle valutazioni, nonostante siano riportate in tutti i Dpcm come motivazione e giustificazione di quegli atti, non sono mai stati pubblicati dal Presidente del Consiglio dei Ministri. Grazie a questa sentenza spiegano i giuristi che hanno vinto il ricorso, gli italiani potranno "conoscere le vere motivazioni per le quali, durante l’epidemia sono stati costretti in casa, anche in quelle regioni o in quei territori dove non si sono registrati casi di infezione".

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La gestione dell’emergenza Coronavirus, la pandemia che ha costretto agli arresti domiciliari milioni di italiani, resta per tanti versi un enigma. "Qui non si muore più di Covid – tuona Alberto Zangrillo, primario anestesiologo del San Raffaele – i dati diffusi dal ministero dovrebbero rispecchiare la realtà". I contrasti tra medici ottimisti e catastrofisti, sulle misure da prendere, la dicono lunga. Quali raccomandazioni arrivavano al ministro della Salute, Roberto Speranza, quando gli analisti del comitato tecnico scientifico gli riferivano gli scenari che man mano si andavano profilando? C’era forse l’intenzione (a fin di bene) di spaventare la gente per tenerla in casa? E nelle settimane successive fino ai nostri giorni? L’elenco dei misteri ruota attorno ai numeri e alle divergenze di vedute sulle misure da intraprendere.

Le statistiche. Attorno ai dati si è imbastita per mesi una narrazione incompleta, comunque reticente di fronte alle sollecitazioni. Ad esempio, ancora oggi viene da chiedersi quanti sono i nuovi ingressi giornalieri in terapia intensiva, visto che i casi critici, fortunatamente, si sono azzerati quasi ovunque in Italia. C’è voluta una coraggiosa presa di posizione della commissione Covid dell’Accademia nazionale dei Lincei per sentirci dire che le tabelle della Protezione civile erano elaborazioni in assenza dei dati di prima mano. "La comunità scientifica – ha ribadito Giorgio Parisi, presidente dei Lincei – deve avere accesso ai dati originali. Ignoriamo quando le vittime sono effettivamente mancate, quando si sono contagiate, per quanti giorni sono state ricoverate o l’entità del quadro clinico. In altri Paesi europei questi dati sono di pubblico dominio, ci chiediamo perché non possiamo averli anche in Italia".

Già, ma il ministro Speranza ha poi risposto ai quesiti sollevati pubblicamente? No, nessuna risposta ufficiale. A chi gli ha posto il quesito avrebbe detto di rivolgersi all’Istituto superiore di sanità. Ma anche qui nessun passo avanti. Solo un muro di gomma. Insomma, aggiungiamo noi, per fare ricerca, o per avere il polso della situazione, dobbiamo andare in Germania o in Francia, dove i dati sui trend epidemiologici sono di pubblico dominio.

Le faide. Tra virologi, epidemiologi, tecnici ministeriali e infettivologi ci sono stati scontri vivaci, risse televisive, minacce velate. Ma arrivati a questo punto che motivo c’è di continuare a chiudere nel cassetto i resoconti delle discussioni e le previsioni sulla seconda ondata? Su queste pagine abbiamo raccolto opinioni autorevoli sull’evoluzione della pandemia. Senza giri di parole, il direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, Giuseppe Remuzzi, ha annunciato: "I malati che si vedono adesso sono meno gravi, totalmente diversi da quelli di tre o quattro settimane fa". Ma le statistiche evitano di approfondire questo dato. Perché tra conferenze e messaggi su facebook siamo stati allagati di parole, ma per misurare l’andamento dell’epidemia da Coronavirus siamo dovuti andare davanti al pronto soccorso, abbiamo dovuto interrogare personalmente i medici. Mentre il professor Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione del San Raffaele di Milano faceva intendere che la conta dei morti e dei tamponi non dava il polso della situazione. Ora, si spera, grazie al Tar, conosceremo qualche retroscena in più.

Ma solo dalla lettura dei verbali del comitato tecnico scientifico, dopo la pronuncia dei giudici amministrativi a seguito dell’istanza della Fondazione Einaudi, capiremo come sono andate veramente le cose.