di Chiara Di Clemente Tutto passa, tutto cambia, la gelosia no. Resta lì, a infiammare le pagine dell’Otello scespiriano ("La gelosia è un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre (…) non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta") quanto oggi quelle dell’ultima raccolta di racconti del re del thriller norvegese Jo Nesbo. Per Shakespeare la tragedia di Otello è doppia: è la tragedia della gelosia ed è anche la tragedia della conoscenza, ovvero dell’incapacità umana di conoscere l’altro da sé: degli altri, dell’esterno da noi, conosciamo le proiezioni che ne fa la nostra mente. Per Nesbo la gelosia si declina in mille rivoli, accomunati dall’egotismo: sublimazione d’inquietudine e insoddisfazione, motore di vendetta violenta, sanguinosa, reazione parossistica a dubbi sulla propria mascolinità. Soprattutto, ancora una volta, teatro di quelle percezioni che nel nostro cervello arrivano a sostituirsi alla realtà. Professor Paolo Legrenzi, perché la gelosia è così profonda, eterna? "Perché è un meccanismo emotivo complesso in cui si intrecciano tre meccanismi elementari – spiega il professore emerito di Psicologia all’università Ca’ Foscari di Venezia – Già è...

di Chiara

Di Clemente

Tutto passa, tutto cambia, la gelosia no. Resta lì, a infiammare le pagine dell’Otello scespiriano ("La gelosia è un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre (…) non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta") quanto oggi quelle dell’ultima raccolta di racconti del re del thriller norvegese Jo Nesbo. Per Shakespeare la tragedia di Otello è doppia: è la tragedia della gelosia ed è anche la tragedia della conoscenza, ovvero dell’incapacità umana di conoscere l’altro da sé: degli altri, dell’esterno da noi, conosciamo le proiezioni che ne fa la nostra mente. Per Nesbo la gelosia si declina in mille rivoli, accomunati dall’egotismo: sublimazione d’inquietudine e insoddisfazione, motore di vendetta violenta, sanguinosa, reazione parossistica a dubbi sulla propria mascolinità. Soprattutto, ancora una volta, teatro di quelle percezioni che nel nostro cervello arrivano a sostituirsi alla realtà.

Professor Paolo Legrenzi, perché la gelosia è così profonda, eterna?

"Perché è un meccanismo emotivo complesso in cui si intrecciano tre meccanismi elementari – spiega il professore emerito di Psicologia all’università Ca’ Foscari di Venezia – Già è difficile sradicarne uno solo, di questi tre meccanismi; sradicarli tutti e tre diventa impossibile. Sono meccanismi psicologici che presi uno per volta hanno pure una loro utilità. Ma che saldati insieme si autoalimentano, arrivano all’eccesso e si trasformano in una condizione anche totalmente patologica e aberrante. La gelosia non più blanda, ma perniciosa".

Quali sono questi tre meccanismi psicologici?

"Il primo è atavico, ne parlano già i classici: l’Iliade, l’Odissea. È la tendenza umana a dare maggiore valore alle cose – agli investimenti affettivi – che sono in nostro possesso, o che crediamo che siano in nostro possesso, rispetto a ciò che non è nostro".

Il secondo?

"È il meccanismo sociale per il quale il dolore provato per la perdita, in termini affettivi, è maggiore della gioia provata per la conquista. Esempio: se lei mi affida 100 come investimento, e questa sua fiducia in me si traduce in una perdita di 10 e ciò che lei ottiene è 90, il suo dolore è maggiore del piacere che avrebbe provato se 100 fossero diventati 110. È un esempio banale e sciocco, ma esplicita il meccanismo".

E il terzo?

"È culturale. Provare molta paura – anche di cose che di per sé non sono pericolose – dimostra ai nostri occhi che esiste un pericolo. Dunque, possiamo avere molta paura di perdere una persona a cui vogliamo molto bene. A questa persona a cui vogliamo molto bene siamo legati dal meccanismo atavico; in base al meccanismo sociale le perdite dei nostri affetti ci fanno molto più male delle conquiste. E se si innesca anche il meccanismo culturale della paura e del pericolo della perdita, questa paura si autoalimenta. La gelosia diventa la prova che abbiamo ragione se ci preoccupiamo di perdere qualcosa. Ed è ciò che la rende imbattibile. Impossibile da sradicare dalla mente, perché si autoalimenta da se stessa".

Un’ossessione.

"Sì. E se diventa ossessiva, la gelosia produce il paradosso della profezia che si autoavvera. Il geloso ha molta paura che la persona amata lo lasci, quindi si comporta per prevenire questa possibilità, la segue, indaga, la considera quasi una sua proprietà. Così, avviene il paradosso: diventa vero proprio ciò che il geloso cercava di evitare. Perché il partner ossessionato dalla gelosia finirà per andarsene. E il geloso troverà la conferma, indiretta, dei suoi timori precedenti".

E parte la violenza.

"Nel momento in cui il geloso viene abbandonato – e viene abbandonato solo perché il suo comportamento ossessivo ha sfinito il partner –, il geloso pensa di essere dalla parte della ragione. La sua rabbia è massima, c’è il desiderio di distruggere l’oggetto della sua gelosia, la causa di ciò che lo fa stare così male. Con casi di violenza estrema, con casi di autolesionismo. Senza rendersi conto che è lui, quel che lui ha nella sua testa, l’unico motore di ciò che gli è accaduto".

Perché le percezioni che ha della realtà si sono sostituite alla realtà.

"Il geloso è convinto di trovarsi dinnanzi a dati oggettivi, e non generati dalla propria testa e proiettati da lui nel mondo, dati che si sostituiscono alla realtà. È questo il motivo per cui la violenza generata dalla gelosia è la violenza più irrazionale che c’è: perché in altri casi la violenza può derivare dall’avvisaglia di un estremo pericolo e dal tentativo di salvezza. Nella gelosia no: siamo travolti fin nell’intimo dall’eccesso di emozioni, e non ce ne accorgiamo. Se ne fossimo consapevoli, tutti svanirebbe come neve al sole".

La gelosia tocca più gli uomini o le donne?

"In una società patriarcale come è oggi la nostra molto di più gli uomini, tutte le statistiche lo dimostrano: ed è la gelosia degli uomini che sfocia anche in violenza terribile, i cosiddetti femminicidi. Negli uomini il senso di proprietà è molto più forte che nelle donne: una madre, quantomeno, impara per forza a non essere così possessiva".

L’antidoto?

"Attenuare nei bambini quei tre meccanismi che fanno parte della nostra dotazione biologica. Non ne facevano parte quando l’umanità era costituita da cacciatori e raccoglitori che condividevano tutto nella tribù, e non c’erano le proprietà personali, nate con l’agricoltura, con la stanzialità. Ma adesso l’antidoto – e non vale solo per evitare gli eccessi della gelosia – è insegnare ai piccoli che non devono essere possessivi, che le proprie cose non hanno maggior valore rispetto a quelle altrui, che i bambini non sono diversi dalle bambine. E poi insegnare che la vita a volte dà, a volte toglie: non sopravvalutare i guadagni, non attribuirli egoticamente alle proprie capacità ma anche all’infinito caos delle possibilità dell’esistenza. Infine, cercare di insegnare a non aver paura prima ancora che i pericoli si affaccino. Facile a dirlo in 5 minuti, molto meno facile farlo. Perché questa educazione è in realtà una forma di diseducazione a degli istinti molto antichi".

Professore, ma se uno non è geloso ha qualcosa di sbagliato?

"Per una persona mediamente razionale, la gelosia è un sentimento totalmente incomprensibile. Delle tante emozioni, è la più incomprensibile".