"La paura, l’insicurezza e il ricorso alle armi sono alcuni degli effetti di un fiume carsico che si è ulteriormente ingigantito durante la pandemia". Claudio Mencacci, medico psichiatra, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e past president della Società Italiana di Psichiatria, è appena approdato alla stazione Termini, in una Roma blindata dal G20 e agitata da manifestazioni di varia natura. Professore, in una sola settimana due sparatorie motivate dalla paura dei ladri, tre morti. È una paura davvero fondata? "Quando siamo stati chiusi in casa il numero dei reati è crollato, si è dimezzato, ma le persone sono state sottoposte a un’incertezza...

"La paura, l’insicurezza e il ricorso alle armi sono alcuni degli effetti di un fiume carsico che si è ulteriormente ingigantito durante la pandemia". Claudio Mencacci, medico psichiatra, presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia e past president della Società Italiana di Psichiatria, è appena approdato alla stazione Termini, in una Roma blindata dal G20 e agitata da manifestazioni di varia natura.

Professore, in una sola settimana due sparatorie motivate dalla paura dei ladri, tre morti. È una paura davvero fondata? "Quando siamo stati chiusi in casa il numero dei reati è crollato, si è dimezzato, ma le persone sono state sottoposte a un’incertezza al di là dell’attesa. Hanno sperimentato la volatilità sulla loro pelle, nulla su cui poter contare se non un messaggio di tipo autistico: cavatela da solo, provvedi da solo, difenditi da solo. In questa fase pandemica, l’altro era visto come nemico, untore, potenziale pericolo. Tutto questo significa aver sottoposto una grande quantità di persone a reazioni di impulsività e stress. Ora se a queste persone mettiamo in mano un’arma".

Un numero cresciuto negli ultimi anni.

"È assurdo mettere pistole e fucili in mano a delle persone, penso alla vicenda dei ragazzi di Ercolano, il cui equilibrio è assolutamente da verificare. Per fortuna non siamo in America".

Colpa della pandemia, ma si avverte soprattutto tra i ceti medi e quelli meno abbienti una sensazione di disagio, precarietà e insicurezza.

"Questa è una responsabilità di chi continua a gridare che siamo in pericolo. Chi, all’altra parte, riceve costantemente messaggi di questo tipo alla fine si convince che lo è davvero e si comporta di conseguenza".

Però tutti, vecchi e giovani, ricchi e poveri considerano il furto in casa una violenza, un abuso.

"Lo è, ma non si risolve con l’OK Corral o il Far West. Dobbiamo renderci conto che la sicurezza è un concetto diffuso, che parte da un progetto di fiducia nei confronti delle istituzioni e da una collaborazione maggiore con le forze dell’ordine".

Molti di quelli che hanno sparato e ucciso un ladro o un presunto ladro, hanno sostenuto di aver subito in precedenza dei furti. Quanto conta secondo lei questo trauma nelle reazioni violente?

"In letteratura è documentato in modo diffuso che chi è vittima di un furto in casa subisce un trauma difficile da cancellare. Il solo pensiero che qualcuno possa entrare in casa nostra senza il nostro consenso ci fa sprofondare in un baratro di paura. Chiunque di noi abbia subito un’aggressione può star male per alcuni mesi, talvolta per anni. E mantiene uno stato d’allerta, di diffidenza verso l’altro, di risposta immediata. Però il trauma non si può cancellare mettendo in mano delle armi a chi lo ha subito. Anzi lo espone ancora di più perché avere una pistola in mano spinge ad usarla. E purtroppo le armi sono aumentate nelle case degli italiani e non è un buon messaggio". Percezione di insicurezza e corsa alle armi: come si torna alla normalità?

"Molto possono farlo i sindaci, mettendo in campo opere che diano più sicurezza nei quartieri. Illuminazione, polizia municipale nelle strade, videosorveglianza, dobbiamo aumentare il tasso di sicurezza. Ma non possiamo blindare le città facendo passare l’idea che siamo tutti aggrediti, tutti in pericolo. Perché poi la paura genera mostri e i numeri ci dicono che i reati sono in calo".

Nino Femiani