Un lavoratore Stellantis, nella catena di montaggio della Fiat 500
Un lavoratore Stellantis, nella catena di montaggio della Fiat 500
di Giorgio Caccamo Et voilà, sono tornati i macaronì, o se preferite i rital. Insomma, gli italiani. Più precisamente les italiens, dato che stiamo parlando della Francia. Ecco i fatti: almeno fino al 31 dicembre, ma in alcuni casi anche fino al prossimo giugno, 200 operai metalmeccanici provenienti da Melfi e Pomigliano d’Arco staranno a Vesoul, cittadina di 15mila abitanti nell’est della Francia, hub logistico dei pezzi di ricambio di Stellantis. Stellantis, appunto, perché Melfi e Pomigliano, se si parla di metalmeccanici, vuol dire l’ex Fiat. Che, per fronteggiare la crisi, ha deciso di...

di Giorgio Caccamo

Et voilà, sono tornati i macaronì, o se preferite i rital. Insomma, gli italiani. Più precisamente les italiens, dato che stiamo parlando della Francia. Ecco i fatti: almeno fino al 31 dicembre, ma in alcuni casi anche fino al prossimo giugno, 200 operai metalmeccanici provenienti da Melfi e Pomigliano d’Arco staranno a Vesoul, cittadina di 15mila abitanti nell’est della Francia, hub logistico dei pezzi di ricambio di Stellantis.

Stellantis, appunto, perché Melfi e Pomigliano, se si parla di metalmeccanici, vuol dire l’ex Fiat. Che, per fronteggiare la crisi, ha deciso di delocalizzare una parte della manodopera su base volontaria. Quindi duecento operai italiani, prevalentemente meridionali, sono stati mandati nella piccola Vesoul (finora nota soprattutto per una canzone dedicatale da Jacques Brel), dove la crisi ha colpito meno, a sostituire 300 precari – francesi – mandati a casa. E il loro arrivo non è passato inosservato.

Sembra di essere tornati indietro di decenni, quando i nostri connazionali erano il principale serbatoio di manodopera dall’altra parte delle Alpi: ancora oggi les italiens si riconoscono dai vestiti invernali, "come se si trovassero sulle piste da sci, con il berretto fino alle orecchie e piumini chiusi fino al mento. Dopo il lavoro si ritrovano alla Bella Vita, una pizzeria gestita da una italiana che fa loro da interprete e li aiuta a trovare un alloggio economico", racconta France Info. Come Totò e Peppino a Milano, come Nino Manfredi clandestino in Svizzera, come appunto migliaia di altri italiani emigrati, i macaronì mangia-pasta, i rital che non sanno pronunciare la erre francese. Mattia Amoroso, uno dei giovani arrivati dalla Campania, ammette: "All’inizio dovevo utilizzare il traduttore del telefono per farmi capire dai miei colleghi. Ora, piano piano, sto imparando almeno i termini tecnici".

Il trasferimento in Haute-Saône per molti non è stata propriamente una scelta. Neanche un’imposizione, "ma quasi", hanno spiegato alcuni all’arrivo a Vesoul. Anche se in Italia assemblavano Jeep e Fiat 500, in Francia si adatteranno a fare anche i magazzinieri. Perché, dicono, "siamo pronti a tutto". Come d’altra parte intere generazioni di emigranti prima di loro, nonostante gli sfottò e i nomignoli velenosi dei cugini francesi. "Siamo disposti a percorrere 1.300 chilometri, a cambiare mansioni. L’importante è poter sfamare in nostri figli. Anche se si fanno dei sacrifici, almeno qui ci restituiscono un briciolo di dignità". Le condizioni di lavoro prevedono uguale salario, licenze per tornare in Italia ogni 45 giorni e un compenso per vitto e alloggio ("Ma le case sono piccole, qualcuno dorme su letti da bambini").

Ma rischia di essere, come cinquanta o settanta o cento anni fa, solo una guerra tra poveri. I sindacati francesi, in testa la Cgt (equivalente della nostra Cgil), attaccano: "Così si trasformano gli operai in nomadi dell’industria automobilistica. Vogliono vederci attraversare l’Europa per guadagnare un tozzo di pane, mettendoci uno contro l’altro".