Emmanuelle Polack
Emmanuelle Polack
L’hanno ribattezzata ’Indiana Jones’ per le missioni impossibili che riesce a realizzare. Molti vedono in lei uno Sherlock Holmes capace di risolvere casi complicati e annosi. Lei preferisce definirsi ‘una riparatrice’, perché rende giustizia a vittime che a volte ignoravano perfino di esserlo. Si chiama Emmanuelle Polack, ha 56 anni, è nata a Parigi e ha studiato storia dell’arte. La sua specialità è rintracciare i capolavori trafugati dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e restituirli agli eredi dei proprietari deportati e uccisi ad Auschwitz, Buchenwald, Dachau. Singolare detective, Emmanuelle occupa da un anno un ufficio all’interno del Louvre, per decisione dell’allora ex direttore Jean-Luc Martinez. Avrebbe condotto una normale carriera di docente se pochi anni fa, nel 2014, non le fosse successo...

L’hanno ribattezzata ’Indiana Jones’ per le missioni impossibili che riesce a realizzare. Molti vedono in lei uno Sherlock Holmes capace di risolvere casi complicati e annosi. Lei preferisce definirsi ‘una riparatrice’, perché rende giustizia a vittime che a volte ignoravano perfino di esserlo. Si chiama Emmanuelle Polack, ha 56 anni, è nata a Parigi e ha studiato storia dell’arte. La sua specialità è rintracciare i capolavori trafugati dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale e restituirli agli eredi dei proprietari deportati e uccisi ad Auschwitz, Buchenwald, Dachau. Singolare detective, Emmanuelle occupa da un anno un ufficio all’interno del Louvre, per decisione dell’allora ex direttore Jean-Luc Martinez.

Avrebbe condotto una normale carriera di docente se pochi anni fa, nel 2014, non le fosse successo qualcosa di straordinario. La scena si svolge negli archivi del Memoriale della Shoah, a Parigi, Emmanuelle sta consultando una serie documenti per un libro che ha in preparazione sul mercato dell’arte ai tempi dell’occupazione nazista: un tema che, senza sapere perché, la appassiona in modo particolare. Sta per chiudere il faldone in cui sono repertoriati parte delle 100 mila opere rubate agli ebrei francesi tra il 1939 e il 1945, quando le viene l’ispirazione di andare a vedere alla lettera ‘P’. Ed ecco che, sbalordita, si trova davanti al nome della sua stessa famiglia, Polack, con riferimenti relativi alle spoliazioni subìte dai suoi nonni. Certo Emmanuelle sapeva che il nonno paterno era morto a Buchenwald e che i nonni materni erano stati anche loro deportati: ma ignorava che i loro beni fossero stati confiscati. Di qui, da questo innesto della sua storia personale a quella generale, un’energia raddoppiata: "È una vera detective, una donna tenace, persistente, integra", racconta Pauline Baer de Perignon, che le ha chiesto d’indagare sulle opere d’arte appartenenti al suo bisnonno, grande collezionista, scomparse nel periodo bellico. "Mi ha chiesto di procurarle una foto del salone dei miei bisnonni. Osservandole con la lente d’ingrandimento ha riconosciuto una quantità di quadri che oggi si trovano nelle riserve di svariati musei. Quindi ha avviato le procedure per la restituzione".

"Il mio lavoro è affascinante ma anche molto complicato. Mi porto sempre dietro un grande quaderno Clairefontaine in cui annoto tutti i dettagli, organizzandoli secondo il metodo gerarchico che ho appreso da mio marito, che fa il fisico. Non è facile navigare a ritroso nelle acque nere della Shoah. Certe volte ho l’impressione di essere un salmone che tenta faticosamente di risalire la corrente", dice Emmanuelle.

All’inizio quando le è stato chiesto di censire tutte le opere acquistare dal Louvre dal 1933 al 1945, c’era un certo imbarazzo nel museo: in quegli anni i musei hanno arricchito a ritmi decisamente elevati le loro collezioni. E chiaramente l’origine di alcune acquisizioni non erano molto chiare e l’ombra che alcune acquisizioni fossero state fatte attraverso canali non tradizionali si era fatta largo. "È una ricerca che potrei definire dantesca. L’obiettivo non è gettare il sospetto su tutte le acquisizioni realizzate dal Louvre negli anni della guerra, ma sciogliere i dubbi che gravano su certe opere firmate Delacroix, Forain, Monnier, Guys e via dicendo", si affretta a precisare Jean-Luc Martinez. In molti casi l’impresa è riuscita grazie all’Indiana Jones del Louvre: fra i 1400 quadri trovati nel 2012 a Monaco in casa del figlio di Hildebrand Gurlitt, il mercante di Hitler, ne ha individuati diversi appartenuti a Georges Mandel, deputato e ministro assassinato dalla milizie hitleriane, e ad Armand Dorville, avvocato ebreo la cui fantastica collezione nel 1942 venne dispersa all’asta dai nazisti all’hotel Savoy Palace di Nizza. Fra il 1950 e il 2000 la sorte delle opere rubate non ha destato grande interesse. Oggi invece il soggetto è di bruciante attualità. "E’ l’effetto generazionale", spiega Emmanuelle Polack: "I nostri nonni sono stati derubati, i nostri genitori hanno cercato di dimenticare, mentre noi, i figli, vogliamo rendere giustizia e riparare".