di Leo Turrini La verità è che ci siamo tutti abituati all’idea che di corse non si possa più morire. Il rifiuto del concetto stesso dell’evento irreversibile, una rimozione classica di questi tempi senza Dio, pretendiamo di estenderlo persino al rischio estremo. E invece hanno ragione gli anglosassoni, che accompagnano la promozione di eventi legati alla velocità con una dicitura: "Motorsport is dangerous". Banalmente e crudamente: cercare di essere il...

di Leo

Turrini

La verità è che ci siamo tutti abituati all’idea che di corse non si possa più morire. Il rifiuto del concetto stesso dell’evento irreversibile, una rimozione classica di questi tempi senza Dio, pretendiamo di estenderlo persino al rischio estremo. E invece hanno ragione gli anglosassoni, che accompagnano la promozione di eventi legati alla velocità con una dicitura: "Motorsport is dangerous".

Banalmente e crudamente: cercare di essere il più veloce possibile su quattro come su due ruote è pericoloso. Fingiamo di dimenticarcene, però. E quando siamo quasi convinti dell’azzeramento della paura, ecco che episodi come quello che ieri al Mugello ha coinvolto il giovane centauro Dupasquier sono un brusco, bruttissimo risveglio. Intendiamoci. Rispetto a un passato macabro, quando sui circuiti la Signora in Nero era una presenza costante e il Vaticano paragonava Enzo Ferrari al Saturno mitologico intento a divorare i figli suoi, sì, i progressi fatti sul fronte della sicurezza sono stati enormi. Ma non per questo siamo legittimati ad ignorare la realtà.

Ci sono già passato, nella mia vita di cronista randagio. Era il 1994 e da dodici anni in Formula Uno non si registrava un incidente fatale durante un week end da Gran Premio. Dodici anni! Dunque, ci sentivamo tutti protetti da un senso di onnipotenza che era, invece, soltanto una folle illusione. A Imola, in ventiquattro ore, morirono il milite ignoto della categoria, Roland Ratzenberger, e il Campionissimo, Ayrton Senna. E ci ritrovammo, di colpo, nel buco nero dello sgomento.

Ancora. Una generazione più tardi, la tragedia del Sic, l’amatissimo Simoncelli, ci costrinse a riaprire gli occhi. Era il 2011. Una volta, in Malesia, sono andato sul luogo dell’incidente che portò via il sorriso di quel ragazzo entusiasta. Non ho pianto, lì a Sepang, anche se avevo il magone. Non ho pianto, perché mi sarebbe sembrato di fare un torto all’indimenticabile Super Sic.

Conosco i piloti e il loro modo di essere: li ammiro, tutti, perché a nessuno fa difetto la consapevolezza delle insidie nascoste tra le pieghe della passione che li anima. Anche noi, noi che sul divano del salotto ci eccitiamo per un sorpasso o per una sterzata, dovremmo rammentare, sempre, che nelle corse il rischio zero non esiste. Non esisterà mai, purtroppo.