Bolzano, 7 dicembre 2020 - È morta Lidia Menapace, 96 anni, staffetta partigiana ed ex senatrice di Rifondazione comunista.  Da alcuni giorni era ricoverata per Covid nel reparto di malattie infettive dell'ospedale di Bolzano. 

All'anagrafe Lidia Brisca, è stata una voce storica del femminismo e del pacifismo. Grande protagonista del Novecento, Menapace è stata nel 1964 la prima donna eletta in consiglio provinciale a Bolzano (assieme Waltraud Deeg) e la prima donna in giunta provinciale (come assessora alla Sanità).

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la ricorda come "una figura particolarmente intensa di intellettuale e dirigente politica espressione del dibattito autentico che ha attraversato il Novecento". "I valori che ha coltivato e ricercato nella sua vita - antifascismo, liberta', democrazia, pace, uguaglianza - sono quelli fatti propri dalla Costituzione italiana e costituiscono un insegnamento per le giovani generazioni", scrive il capo dello Stato in un messaggio indirizzato all'Associazione nazionale partigiani d'Italia. 

image

Lidia Menapace, una vita all'insegna dell'impegno civile

Giovanissima, prende parte alla Resistenza partigiana come staffetta, con il nome di battaglia "Bruna", ottenendo il grado di sottotenente che rifiuterà nel dopoguerra, assieme al riconoscimento economico: "non ho fatto la guerra come militare e ciò che ho fatto non è monetizzabile".  A soli 21 anni consegue la laurea con il massimo dei voti in letteratura italiana all'Università Cattolica di Milano e si impegna nei movimenti cattolici, in particolare nella Fuci (Federazione Universitaria Cattolica Italiana), e successivamente nella Democrazia Cristiana.

Si trasferisce nel 1952 a Bolzano, dopo il matrimonio con il medico trentino Nene Menapace (morto nel 2004), dove appunto sarò eletta in consiglio. Insegnante presso l'Università Cattolica di Milano con l'incarico di lettrice di Lingua italiana e metodologia degli studi letterari, nel 1968 non le viene rinnovato l'incarico, a seguito della pubblicazione di un documento intitolato 'Per una scelta marxista'. In quell'anno lascia la Democrazia cristiana, della quale, ormai, non condivide più la linea politica. Simpatizza per il Partito comunista italiano e nel 1969 si unisce al gruppo degli eretici comunisti fondatori della rivista 'Il Manifesto', con Rossana Rossanda e Luigi Pintor; sul mensile poi diventato quotidiano scriverà regolarmente fino alla metà degli anni Ottanta. provinciale.

A partire dagli anni '70 Menapace è presente nella politica attiva in associazioni, movimenti, incarichi istituzionali. Nei primi anni Ottanta è consigliere a Roma nelle liste del Partito democratico di unità proletaria.  Nel 2006-2008 è senatrice eletta nelle liste di Rifondazione Comunista. Proposta alla presidenza della Commissione Difesa di Palazzo Madama, la sua candidatura fu bocciata per il suo irriducibile pacifismo, anzi "antimilitarismo", come rivendicava l'interessata. 

Nel 2007 venne eletta presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sull'uranio impoverito. Nel 2009 si candida alle elezioni europee nella lista anticapitalista Prci-PdCI nella circoscrizione Nord-Est senza essere eletta a causa del mancato raggiungimento della soglia di sbarramento prevista dalla legge elettorale. Nel 2011 entra a far parte del Comitato Nazionale Anpi., che oggi dice "è un lutto per il Paese" e "resterai nella coscienza e nell'impegno di tutte e tutti noi". Nel 2018 ha accettato di candidarsi per il Senato con Potere al Popolo! pur sapendo che non sarebbe stata eletta.  Nel 2019 le è stato conferito il Premio Margherita Hack - Personaggio laico dell'anno.