Lorenzo Guadagnucci automobile, nel dopoguerra, è stata uno strumento e un simbolo di libertà. Ha incrementato le opportunità di movimento, ha fatto sentire generazioni di guidatori come dei moderni cavalieri indipendenti. Ma capita spesso che tecniche avanzate e rivoluzionarie si tramutino nel tempo in...

Lorenzo

Guadagnucci

automobile, nel dopoguerra, è stata uno strumento e un simbolo di libertà. Ha incrementato le opportunità di movimento, ha fatto sentire generazioni di guidatori come dei moderni cavalieri indipendenti. Ma capita spesso che tecniche avanzate e rivoluzionarie si tramutino nel tempo in qualcos’altro, diverso se non opposto a quel che erano in origine. Finché le strade erano sgombre, il numero di mezzi in circolazione limitato, i parcheggi semivuoti, la persona seduta al volante poteva nutrire con qualche legittimità un senso di potenza e di libertà. È una stagione finita da molto tempo.

Oggi la libertà, specie nella vita urbana ma anche in buona parte del pendolarismo casa-lavoro, va cercata altrove. È libero – o almeno più libero, ché i problemi non mancano per nessuno – chi si muove a piedi, in bicicletta, in motorino, con il treno o la metropolitana, chi insomma non prova mai la sgradevole sensazione d’essere prigioniero di un’ingombrante e goffa scatoletta di lamiere in mezzo ad altre scatolette di lamiere. Chi scopre, nei tragitti urbani, che la bicicletta e il motorino (ora anche il monopattino) sono i mezzi più veloci per raggiungere il luogo di lavoro, la scuola, la stazione; i mezzi che consentono di prevedere con maggiore sicurezza il tempo effettivo di percorrenza (parcheggio compreso). La libertà, dentro una città, è inversamente proporzionale al numero di ruote (e di cavalli vapore) a disposizione. Chi scrive, ricorda la sua piccola, piacevole conquista di qualche anno fa: liberarsi, per sempre, dell’automobile.