Matteo

Massi

Il tutto è più della somma delle singole parti. Questo è l’assunto fondamentale della Gestalt, una corrente psicologica dell’inizio del Novecento. E c’entra con la nazionale che ha plasmato Roberto Mancini. Un gruppo non è la somma indifferenziata dei singoli, ma la relazione tra di essi. E da quella relazione, anzi da quelle relazioni, nasce la forza. Ci piace quest’Italia perché sembra normale. Ci assomiglia. È perfino umana, aggettivo che solitamente si piazza a una distanza siderale dal calcio. Non c’è un campione, uno cui appoggiarsi nel momento del bisogno. Non c’è "Gigante, pensaci tu". Ognuno contribuisce, nel proprio spazio, ad avanzare di un centimetro. E quei centimetri, alla fine, diventano metri. Come disse Al Pacino, in “Ogni maledetta domenica“, in uno dei monologhi più belli della storia (recente) del cinema: "Dovete guardare il compagno che avete accanto, io scommetto che troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui".

Carlo Ancelotti raccontò che fece vedere questo monologo sui centimetri, ai suoi calciatori, prima della finale di Champions League (poi vinta dal Milan ai rigori) contro la Juventus. L’altra sera, contro il Belgio, è stata una conquista e (ri)conquista di centimetri. Fino ad arrivare a prendersi l’ultimo metro che porta alla semifinale. Ecco perché, alla fine, quest’Italia riesce anche a coinvolgerci. Come non faceva da tempo.