Pierfrancesco De Robertis Un discorso più da aspirante premier che da segretario di partito, o forse semplicemente il discorso di un segretario di un partito diverso dal Pd come è stato finora. Enrico Letta ha così indossato su di sé il vestito che aveva appena tagliato per il suo Nazareno, spiegando che non serve "un nuovo segretario ma un nuovo partito", e rivoltando quindi come un calzino l’impostazione fin qui...

Pierfrancesco

De Robertis

Un discorso più da aspirante premier che da segretario di partito, o forse semplicemente il discorso di un segretario di un partito diverso dal Pd come è stato finora. Enrico Letta ha così indossato su di sé il vestito che aveva appena tagliato per il suo Nazareno, spiegando che non serve "un nuovo segretario ma un nuovo partito", e rivoltando quindi come un calzino l’impostazione fin qui seguita da Zingaretti che al cuore di ogni discorso pubblico metteva il tema delle alleanze. Forse per una atavica tendenza della sinistra ex comunista al gioco di posizionamenti, più probabilmente perché il Pd di Zingaretti le idee non ne aveva.

Per ripartire dal Pd e da un Pd che detti l’agenda politica, Letta ha scelto un tema identitario, lo ius soli. Il risultato tattico è stato eccellente, perché ha procurato al Pd una polemica con qualcuno fuori dal partito stesso (era molto tempo che non accadeva) e parlando al Paese gli ha permesso di lanciare un messaggio ai suoi: solo riscoprendo le nostre priorità possiamo vincere, solo rispolverando la nostra vocazione maggioritaria, dal sapore ulivista, torneremo da protagonisti a palazzo Chigi.

Il discorso di Letta è stato un discorso di verità, senza effetti speciali, come nello stile del personaggio. A cominciare dal riconoscere la verità più scomoda per lui, l’insidioso unanimismo da parte degli stessi che sette anni fa lo pugnalarono alla schiena, e dall’ammissione pubblica che il Pd è lontano dai gangli vitali della società italiana ("i giovani non ci votano") ed è ridotto a un partito che governa senza vincere le elezioni. D’altra parte se i sondaggi ti inchiodano al 16 per cento un motivo ci sarà. Ed è solo dal riconoscimento del momento di estrema difficoltà che può partire la ricostruzione. E che nel campo del centro sinistra e dei suoi potenziali alleati torni protagonista un partito guidato da un leader moderato, europeista e preparato e non piuttosto quel manipolo di apprendisti stregoni che sono i Cinquestelle, anche loro in gara da quella parte, è interesse di tutto il Paese. Anche di chi sta dall’altra parte.