Enrico Letta
Enrico Letta
Una torre di Babele. Così Enrico Letta definisce il Pd, giusto un attimo prima di assumere l’incarico di trasformarlo in qualcosa di diverso. O, forse, basterebbe dire in qualcosa. Indicarlo come luogo di confusione è un modo elegante per parlare di un soggetto senza identità. È questo il filo conduttore del lungo discorso (70 minuti) all’Assemblea nazionale che, in serata, il neo segretario riassume da Fabio Fazio su Raitre. A volte affronta il tema esplicitamente, per esempio quando lamenta l’assenza di partecipazione e insiste sulla necessità di tornare nei circoli, che da oggi discuteranno "del mio vademecum di idee"; o quando spiega di voler un partito "che funzioni" senza correnti, non solo...

Una torre di Babele. Così Enrico Letta definisce il Pd, giusto un attimo prima di assumere l’incarico di trasformarlo in qualcosa di diverso. O, forse, basterebbe dire in qualcosa. Indicarlo come luogo di confusione è un modo elegante per parlare di un soggetto senza identità. È questo il filo conduttore del lungo discorso (70 minuti) all’Assemblea nazionale che, in serata, il neo segretario riassume da Fabio Fazio su Raitre. A volte affronta il tema esplicitamente, per esempio quando lamenta l’assenza di partecipazione e insiste sulla necessità di tornare nei circoli, che da oggi discuteranno "del mio vademecum di idee"; o quando spiega di voler un partito "che funzioni" senza correnti, non solo votato al potere ma aperto a chi vive fuori dalle Ztl. È figlio di un Pd senza identità anche il paradosso per cui il soggetto che più insiste sulla disparità di genere, la pratica molto: "Il fatto che sia qui io dimostra che c’è un problema. Metterò al centro il tema delle donne".

Ne parla pure laddove sembra discettare d’altro, e cioè di una coalizione vasta, sul modello dell’Ulivo: nomina i leader con cui intende dialogare, da Speranza a Calenda, senza tacer di Renzi, che accetta l’offerta. "Molte cose sono accadute, non sarà facile". Lo scarto con Zingaretti è evidente: Letta parte da un’alleanza di cui il Pd ha la "leadership", che poi va a parlare con i 5s "non sapendo come sarà M5s di Conte". Discontinuità che emerge nei toni verso il governo Draghi, con cui si è sentito. "È il nostro esecutivo". Sfida la destra, e getta sul tavolo "il" tema: "Serve lo Ius soli".

Per definire la fisionomia di questo soggetto "progressista, riformista e radicale", parte dall’europeismo, ma un europeismo riveduto e corretto: "Il patto di stabilità deve essere sostenibile e il Next generation Ue strutturale". Per illustrare il suo Pd si affida all’immagine di tre debiti insoluti: quello ambientale, che vuole saldare puntando sulla transizione ecologica in una versione influenzata da quella di Papa Francesco: "La sostenibilità deve essere totale". C’è il debito pubblico da affrontare in un’ottica inclusiva.

Oltre a riproporre il fisco progressivo, sul piano sociale martella sull’importanza della riapertura del dialogo con le parti sociali e lancia una proposta forte: "Diamo azioni gratis ai lavoratori". Il terzo debito è quello demografico: per abbatterlo "serve un welfare solido e l’apertura del Pd ai giovani". Per formarli annuncia un’Università democratica e, per farli pesare di più, promette di dar battaglia "sul voto ai sedicenni". E qui emerge il limite di un intervento che sorvola sul lavoro precario, fondamentale tanto per il debito demografico quanto per quello pubblico. Nel breve periodo, vuole bloccare il trasformismo ("Basta cambi di casacca"), la sfiducia costruttiva, la riforma elettorale ("Mi piace il Mattarellum") e una legge sui partiti.

Si propone come segretario forte: "Le primarie? Io sono qui per vincere, ma solo se faremo tutto ciò batteremo la destra di Salvini e Meloni". Scadenza il dibattito sulla sua proposta: nei circoli, poi nei gruppi parlamentari e in Assemblea, in autunno un’Agorà. Sceglie una formula d’impatto: bisogna usare anima e cacciavite, pratica quotidiana e valori fondanti. "Non farò sconti". Resta da vedere se il Pd riuscirà a superare i limiti che lui ha denunciato per diventare un vero partito. La risposta all’invito di abbandonare l’unanimismo di facciata con voto d’incoronazione quasi unanime (860 sì, 2 no, 4 astensioni) è incoraggiante fino a un certo punto.