Matteo Salvini, 48 anni, milanese, è leader della Lega
Matteo Salvini, 48 anni, milanese, è leader della Lega
di Ettore Maria Colombo "Caro Matteo, dobbiamo sostenere Draghi e la riforma della Ue. Sarei contento se la Lega entrasse nel Partito popolare europeo". "Caro Enrico, non abbiamo bisogno di patenti di democrazia, ma se ci togliamo le etichette è meglio per tutti". "Caro Matteo, io sono un sovranista, sì, ma europeo". Il dialogo – mediato da un webinar organizzato dall’Ispi di Milano per presentare il suo rapporto – tra i due avversari, Letta e Salvini, cui tocca convivere sotto la tenda dello stesso governo, fila d’amore e d’accordo per ore, pure un po’ noioso. Un dialogo in pubblico, mentre...

di Ettore Maria Colombo

"Caro Matteo, dobbiamo sostenere Draghi e la riforma della Ue. Sarei contento se la Lega entrasse nel Partito popolare europeo". "Caro Enrico, non abbiamo bisogno di patenti di democrazia, ma se ci togliamo le etichette è meglio per tutti". "Caro Matteo, io sono un sovranista, sì, ma europeo". Il dialogo – mediato da un webinar organizzato dall’Ispi di Milano per presentare il suo rapporto – tra i due avversari, Letta e Salvini, cui tocca convivere sotto la tenda dello stesso governo, fila d’amore e d’accordo per ore, pure un po’ noioso. Un dialogo in pubblico, mentre tutti restano in attesa di quello riservato: solo Lega e Pd, per dirne una, possono sbloccare la vera trattativa su una nuova legge elettorale.

Più utile il dialogo – riservato, in questo caso – andato in onda in mattinata tra Letta e Tajani. Il rapporto di Letta con Tajani non è come quello con Giorgia Meloni (reciproca, affettuosa, stima) né è di reciproca diffidenza come con Salvini, ma è buono. Ed è ottimo il rapporto che lega Letta (Enrico) a Silvio (Berlusconi), e non solo perché lo zio Gianni è, appunto, Gianni Letta.

Ieri, Letta e Tajani si sono visti, in un incontro "lungo e positivo", fa sapere il Nazareno: hanno fatto una prima ricognizione sui temi su cui Pd e FI possono collaborare: le misure economiche a sostegno del governo Draghi, che entrambi i partiti appoggiano con convinzione, e le riforme. Riforma dei regolamenti parlamentari e sfiducia costruttiva sono bellissimi temi, ma anche puri esercizi retorici, la ciccia è la legge elettorale, un fronte su cui ci sarà ancora molto da lavorare.

Ma i problemi di casa Letta – oggi si fa la prima riunione della sua nuova Segreteria – sono ben altri. Innanzitutto, c’è la non scelta sulla nuova capogruppo del Pd alla Camera: si vota oggi e le pretendenti al trono sono Serracchiani e Madia. Una non scelta che Letta ha deciso, novello re Salomone, anche se in cuor suo tifava la Madia. All’esterno si è solo limitato a difendere il diritto delle due a sfidarsi: "Votate sereni (sic). I gruppi sono autonomi e, per me, la cosa essenziale è che sia una donna. Mi stupisce, però, come viene trattata la questione sui media: se fosse stato un confronto tra due uomini si sarebbe usato ben altro linguaggio".

In ogni caso, Debora Serracchiani (sponsor e area Delrio) è la vincitrice di fatto della contesa: ha molti più voti della Madia (già certi sono 40 a 15 su 95). Piero De Luca, esponente di Base riformista, la corrente di Lotti&Guerini, ma soprattutto figlio d’arte del governatore Vincenzo, sarà vice-capogruppo vicario: un tributo alla corrente degli ex renziani, che ha portato voti a Debora. Infine, c’è la spina delle primarie che Letta ha lanciato per scegliere il candidato sindaco a Roma. L’esterno Carlo Calenda – forte nei sondaggi, ma debole nel Pd – non vuol farle, mentre l’interno Roberto Gualtieri – debole nei sondaggi ma forte nel partito – vuole vincerle. Una città, Roma, che Letta non si può permettere il lusso di non vincere, a ottobre.