Escluso, in modo categorico, il bis di Mattarella, che era la prima scelta, il fronte dei ‘giallorossi’ si muoverà compatto e unito, almeno così dicono i loro leader, Enrico Letta e Giuseppe Conte.

Se, con gli altri partner della maggioranza di governo, uscirà il nome di Mario Draghi, i giallorossi lo sosterranno. Ma se la convenienza di tutti i partiti sarà di lasciare Draghi dov’è ora, cioè a palazzo Chigi, come pure chiedono, è probabile che Pd, Movimento 5 Stelle e LeU votino un candidato di bandiera, nei primi tre scrutini. Tra i nomi papabili, quindi, figurano Paolo Gentiloni (Pd) e David Sassoli (Pd) o di Rosy Bindi (più gradita al Movimento 5 Stelle).

Dalla quarta votazione in poi, pur di ostacolare la possibile ascesa di Silvio Berlusconi al Colle, che Letta e Conte vedono come il ‘male assoluto’, i giallorossi potrebbero avanzare un nome neutro (Giuliano Amato, Marta Cartabia o Sabino Cassese) o convergere su un centrista (Pier Ferdinando Casini). Includendo i delegati regionali ma senza conteggiare i centristi di Renzi e Calenda, il fronte giallorosso parte da un pacchetto di voti che non supera i 415 grandi elettori.

È la prima volta, cioè, che il Pd non ha il boccino in mano, da quando esiste la Seconda Repubblica. I democratici temono molto la ‘tenuta’ dei gruppi pentastellati che potrebbero smottare, via ‘franchi tiratori’, verso opzioni non gradite, cioè nomi del centrodestra.

e. m. c.