Il virologo Guido Silvestri, 58 anni
Il virologo Guido Silvestri, 58 anni
di Marco Principini Guido Silvestri, 58 anni, nato a Perugia e cresciuto a Senigallia (Ancona). Medico, virologo, professore ordinario e direttore di dipartimento alla Emory University di Atlanta. Sulle origini del Covid sta cadendo il tabù del laboratorio. Come si arriva a una parola definitiva, doverosa dopo tutto questo tempo? "Non abbiamo ancora molte certezze sull’origine del virus. L’ipotesi naturale, il cosiddetto salto di specie dal pipistrello all’uomo, è plausibile. Tuttavia in questo caso ci sono diversi tasselli mancanti. Da quello dell’eventuale ospite intermedio alla distanza geografica tra la regione dove vivono questi pipistrelli e Wuhan, fino al fatto che alcune sequenze nucleotidiche nel genoma di SARS-CoV-2 hanno caratteristiche la cui spiegazione...

di Marco Principini

Guido Silvestri, 58 anni, nato a Perugia e cresciuto a Senigallia (Ancona). Medico, virologo, professore ordinario e direttore di dipartimento alla Emory University di Atlanta.

Sulle origini del Covid sta cadendo il tabù del laboratorio. Come si arriva a una parola definitiva, doverosa dopo tutto questo tempo?

"Non abbiamo ancora molte certezze sull’origine del virus. L’ipotesi naturale, il cosiddetto salto di specie dal pipistrello all’uomo, è plausibile. Tuttavia in questo caso ci sono diversi tasselli mancanti. Da quello dell’eventuale ospite intermedio alla distanza geografica tra la regione dove vivono questi pipistrelli e Wuhan, fino al fatto che alcune sequenze nucleotidiche nel genoma di SARS-CoV-2 hanno caratteristiche la cui spiegazione non è ovvia. L’ipotesi dell’incidente di laboratorio rimane indimostrata, andrebbe investigata attraverso una indagine sugli esperimenti che si stavano facendo nell’istituto di virologia di Wuhan prima della pandemia. La comunità scientifica, come tutto il pianeta, si aspetta risposte documentate e trasparenti".

Abbiamo sentito di tutto, anche dagli scienziati. Contagio all’aperto: prima negato poi esagerato infine ridimensionato ancora. Contagio sulle superfici, idem. Chi contestava pareva folle. Perché è andata così?

"Perché di virologia si è messo a parlare chiunque, e spesso i media non hanno capito la differenza tra virologi veri e virologi della domenica, dando voce a tutti e senza controlli. Spiace dirlo, ma in Italia un ruolo molto negativo hanno avuto anche alcuni accademici esperti di altre discipline che, per motivi poco chiari (desiderio di visibilità? ricerca di favori politici?), si sono messi a parlare di virologia nascondendosi dietro i loro titoli accademici altisonanti. Ma non avendo competenze specifiche hanno finito per fare affermazioni incorrette e fuorvianti. Questo aspetto ha creato molta confusione tra la popolazione, che sente la parola ’professore’ o ’ricercatore’ e non capisce la differenza tra chi studia i virus da 30 anni e chi si occupa di altro".

Qual è stata la sciocchezza peggiore, in nome del politicamente corretto?

"Un aspetto molto brutto è stato quando la discussione sulla efficacia dei lockdown nel prevenire il contagio è stata trasferita dal piano scientifico, quindi della valutazione critica dei dati disponibili su come certe misure abbiano ridotto i contagi e i morti, a quello non-scientifico della difesa pregiudiziale e aggressiva di una scelta solo in apparenza etica ("bisogna salvare la popolazione dai danni del virus"), ma in realtà squisitamente politica ("bisogna giustificare certe decisioni prese durante la pandemia"). Si è passati dal ragionamento scientifico alla ripetizione compulsiva di un dogma che non si poteva mettere in discussione, pena l’accusa immediata di negazionismo, cercando di silenziare chiunque provasse a discutere in termini empirici e non-pregiudiziali su questo tema".

Lei ha scritto ’in America la paura fa audience e si tace sulle buone notizie, sui contagi piegati dai vaccini’. Come si corregge questo approccio?

"Credo che la paura faccia fare audience ovunque, negli Usa come in Italia. Qui sarebbe importante che i media si ricordassero che il loro scopo è quello di informare la popolazione, non di spaventarla. Anche se questo significa fare uno sforzo maggiore di ricerca della verità resistendo alla tentazione di fare sensazionalismo a tutti i costi".

Fa parte del Patto per la scienza. Qual è a suo parere il tasso di fiducia verso gli scienziati?

"Il Patto ha tra i suoi scopi quello di aumentare la conoscenza della scienza e la fiducia nella stessa da parte dei cittadini. In questo senso c’è ancora molto da lavorare. Quando si comunica di scienza bisogna farlo con competenza e autorevolezza, senza conflitti di interessi, con onestà intellettuale e basandosi sui dati sperimentali, mai su dogmi e pregiudizi".