Sergio Gioli È una catena che può essere spezzata ma di cui si parla soltanto per aggiungere anelli ad anelli, riuscendo solo ad allungarla. I giovani reagiscono guardando all’estero. Sono i giovani istruiti, benestanti, per lo più figli delle classi dirigenti. Dal loro punto di vista hanno ragione. Meno ragione hanno padri, madri, perfino...

Sergio

Gioli

È una catena che può essere spezzata ma di cui si parla soltanto per aggiungere anelli ad anelli, riuscendo solo ad allungarla.

I giovani reagiscono guardando all’estero. Sono i giovani istruiti, benestanti, per lo più figli delle classi dirigenti. Dal loro punto di vista hanno ragione. Meno ragione hanno padri, madri, perfino professori, che li spingono su questa strada. Il sondaggio di Diamanti dice che il 69% degli italiani tra i 45 e i 54 anni pensa che per i giovani che vogliono fare carriera l’unica speranza sia andare all’estero. A scuola e in famiglia ormai è un ritornello: studia e appena puoi scappa, tanto qui fa tutto schifo. In certi ambienti è una moda, se non dici che tuo figlio andrà a lavorare come minimo in America o in Australia sei uno sfigato.

Ma siamo sicuri che sia questo il nostro compito di genitori? Siamo proprio certi che sia giusto insegnare il disprezzo per il proprio Paese, la rassegnazione e l’arte della fuga? Non dovremmo, al contrario, insegnare ai ragazzi che le cose si possono cambiare? Che rimboccandosi le maniche domani potrebbe essere migliore di oggi?

Senza arrivare a scomodare l’amor patrio, che in Italia è roba da mondiali di calcio, forse basterebbe fermarsi un attimo a riflettere. Il lavoro è il cemento di una comunità, proprio come lo sono cultura, valori e tradizioni (di cui, però, quasi ci vergogniamo). Molte generazioni di italiani, è vero, hanno dovuto emigrare, ma l’hanno sempre fatto spinte dalla fame, con la morte nel cuore e con la speranza di tornare. Ora assistiamo piuttosto alla migrazione dei figli dell’élite, che hanno molta meno fame e qualche responsabilità in più nei confronti della collettività. Ma è una responsabilità che non sentono, perché nessuno gliel’ha mai insegnata.