Per me era Raffaella. E basta. Ci sono persone che trascendono un cognome, diventano solo un nome. Anche se il cognome era bello importante. Carrà. Due anni con lei a Carramba che sorpresa, quando gli ascolti televisivi snocciolavano 10-11 milioni di spettatori. Un’avventura cominciata con quelle telefonate che tu di solito metti giù: "Sono Raffaella Carrà". "Sì, e io sono Alberto Sordi". Invece non misi giù. Mi aveva visto a Quelli che il calcio fare un collegamento dallo spogliatoio del Parma durante un Parma-Milan. Convocazione a Roma, io con mille punti interrogativi in testa. Poi lei. Col caschetto biondo, la voce, la risata. Ecco, la...

Per me era Raffaella. E basta. Ci sono persone che trascendono un cognome, diventano solo un nome. Anche se il cognome era bello importante. Carrà.

Due anni con lei a Carramba che sorpresa, quando gli ascolti televisivi snocciolavano 10-11 milioni di spettatori. Un’avventura cominciata con quelle telefonate che tu di solito metti giù: "Sono Raffaella Carrà". "Sì, e io sono Alberto Sordi". Invece non misi giù.

Mi aveva visto a Quelli che il calcio fare un collegamento dallo spogliatoio del Parma durante un Parma-Milan. Convocazione a Roma, io con mille punti interrogativi in testa.

Poi lei. Col caschetto biondo, la voce, la risata. Ecco, la risata di Raffaella era pazzesca. Era l’entusiasmo, la voglia di fare, di vivere, di giocare. E ’Japo’ di fianco, coi suoi baffoni alla mongola. Mi fa: "Tu sei il mio uomo". Non svengo per un pelo e parte un’avventura di due anni con una professionista di un altro pianeta.

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Carramba era un meccanismo incredibile, di sorprese e ricongiungimenti. Io facevo l’inviato. "Sei proprio un bolognese, come me", diceva. Ma poi la sintonia, il rispetto, quel modo di fare dei gemelli quando incontrano i pesci. Chimica pura. Raffaella era Raffaella.

Aveva dentro un qualcosa di Bologna, il sorriso, gli occhi dritti negli occhi, l’ironia, lo scherzo, il ridere di sé. Se c’era una virgola storta, qualcosa che non ti quagliava, sparava là la risata ed eri morto. Amava l’energia delle vocali. "Senti Venditti – mi disse una volta durante le prove –, senti quando apre la vocali: ti schianta, ti mette spalle al muro".

Il qualcosa di Bologna di Raffaella era anche il fatto che, alla mattina della diretta (che era alle 20,30), faceva il ragù. Veramente. Poi al pomeriggio convocava due o tre persone scelte, a turno. "Stasera dopo Carramba sei da me". E lì bisognava andare.

Lo chiamavo il Cremlino. Quando il Cremlino chiamava non potevi dire di no. E finita la diretta si andava a casa sua, in via Nemea. Lei ancora col trucco e la parrucca (era praticamente una parrucca uguale a i suoi capelli, ma più lunga) si metteva ai fornelli.

Tagliatelle al ragù. Buonissime. Una volta andai con mia moglie che portò i passatelli da Bologna. E si stava fino alle 2-3 di notte.

Con Japo (un grande complice), Brando Giordani allora direttore di Rai Uno, il maestro Toni de Vita e altri a sorpresa. Ci si divertiva con Raffaella. Mi ricordo che ormai non ballava più, ma se qualcuno veniva ospite e chiedeva di fare due passi di danza con lei, stava in sala prove una settimana. Per essere perfetta.

Mai vista una professionalità così. Vita sociale zero. A casa. A studiare i copioni, la sera prima della diretta, con le preoccupazioni dei casi difficili. Lei e Japino sapevano cosa faceva cambiare canale alla gente.

Una volta, nella prova generale di una puntata, dissi: "Ormai il programma è finito, Raffaella…". Japino interruppe tutto e scese dalla regia urlando. "Se dici una cosa così perdiamo quattro milioni di spettatori". Avevano ragione loro. Dopo due anni non rifeci Carramba, ma ogni tanto la Raffa la chiamavo al telefono. Per sentire la risata. "Pronto, sono uno di Bologna che lavorava con te…" E la risata mi seppelliva. Poi la giornata era migliore.