Leo

Turrini

Una Olimpiade nel silenzio. La Fiaccola che viaggia nel deserto. Gli stadi senza pubblico. Zero applausi per i padroni delle medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Mai successo nella storia dei Giochi. Nemmeno ai tempi della antica Grecia!

Tutto questo, in feroce contrasto con le euforie collettive generate dagli Europei di calcio, sta per accadere a Tokyo. In un Giappone che raramente ha superato i mille contagi al giorno da Covid e che conta, complessivamente, meno di un decimo di morti da pandemia rispetto all’Italia (e non solo rispetto all’Italia).

Hanno ragione, i nipoti dei Samurai? Oppure dalla parte giusta stiamo noi? Probabilmente nella rigidità nipponica (che renderà infelice a prescindere l’esperienza di atleti, allenatori, dirigenti e cronisti) si coglie l’ossessione, legittima, di un popolo che, da Hiroshima a Fukushima, è atterrito dalla ipotesi di catastrofi improvvise. Ma c’è, io temo, qualcosa di più, dentro e dietro una Olimpiade blindata e vietata al pubblico.

In verità, in Estremo Oriente sospettano che il mondo non sia affatto guarito dalla piaga del virus. Chiudono le porte ai turisti perché hanno paura delle varianti e non si fidano dei vaccini. Non ci fossero stati di mezzo enormi interessi economici, i giapponesi alla Olimpiade avrebbero rinunciato. E se non hanno torto, beh, allora poveri noi.