Antonio Troise Ormai è diventata quasi una moda. Fra gli anni ‘70 e gli ‘80 era stato il sindacato a rilanciare lo slogan "lavorare meno per lavorare tutti", chiedendo una drastica riduzione della settimana lavorativa. Ma ora, nel post Covid, il dibattito ha ripreso quota. Con l’obiettivo, dichiarato,...

Antonio

Troise

Ormai è diventata quasi una moda. Fra gli anni ‘70 e gli ‘80 era stato il sindacato a rilanciare lo slogan "lavorare meno per lavorare tutti", chiedendo una drastica riduzione della settimana lavorativa. Ma ora, nel post Covid, il dibattito ha ripreso quota. Con l’obiettivo, dichiarato, di arrivare a una settimana lavorativa di 4 giorni. Come dire, poco più della metà dedicata al lavoro e resto al riposo. In Inghilterra il dibattito è già stato aperto con tanto di proposte di legge. In Germania è sceso in campo il potente sindacato dei metalmeccanici che aveva già chiesto la riduzione dell’orario settimanale a 30 ore. La Spagna si è allineata. La Francia vorrebbe fare altrettanto. E in Finlandia la proposta dei 4 giorni sta spopolando.

Tutto bene, se non fosse che questi progetti rischiano di diventare leggi di bandiera mosse più dal vento dell’ideologia che da quello del mercato. È difficile immaginare che i datori di lavoro oggi alle prese con la più grave crisi economica del dopoguerra possono ridurre l’orario mantenendo inalterati salari. Ed è altrettanto utopistico immaginare che gli stessi lavoratori, spesso con contratti precari e stipendi da fame (chiedere ai rider), rinuncino in nome di una legge bandiera a lavorare un po’ di più per arrotondare lo stipendio e arrivare a fine mese. Insomma, più che farsi conquistare dai facili slogan, occorrerebbe pensare a strumenti innovativi e a riforme vere per affrontare ila disoccupazione e soprattutto un mercato del lavoro rivoluzionato dalle innovazioni 4.0.