Pierfrancesco De Robertis n partito può arrivare al governo da sinistra o da destra, ma una volta che ci è arrivato è dal centro che si governa. Perché quando si è al governo, il suo programma è il programma del Paese". Le parole di un vecchio ministro ormai scomparso ricordano come i fondamentali della politica restino gli stessi, che in tempi di bipolarismo più o meno forzato possono adattarsi anche alle coalizioni: le coalizioni, appunto, si guidano dal centro. Con le leggi elettorali vigenti in Italia – quella...

Pierfrancesco

De Robertis

n partito può arrivare al governo da sinistra o da destra, ma una volta che ci è arrivato è dal centro che si governa. Perché quando si è al governo, il suo programma è il programma del Paese".

Le parole di un vecchio ministro ormai scomparso ricordano come i fondamentali della politica restino gli stessi, che in tempi di bipolarismo più o meno forzato possono adattarsi anche alle coalizioni: le coalizioni, appunto, si guidano dal centro. Con le leggi elettorali vigenti in Italia – quella nazionale provvista di un’ampia quota maggioritaria, quelle regionali e comunali a impianto fortemente maggioritario – il centro è una categoria dello spirito più che della politica, ma è in ogni caso il luogo ideale dove si svolge la contesa decisiva per vincere non il finto titolo di candidato premier, ma le elezioni vere e proprie.

Lo sanno bene gli americani, che quando vanno a scegliere il candidato presidente, accanto al computo numerico dei consensi raccolti nelle primarie, considerano prioritaria la categoria dell’"eleggibilità", ossia la "votabilità" da parte degli indecisi. Il vecchio Bernie Sanders, tanto per fare un esempio, è sempre andato benissimo nella prima fase delle primarie ma poi non era considerato "electable" e in un modo o nell’altro restava a piedi. È accaduto nel 2016 e nel 2020.

Lo sapevamo fino a poco tempo fa anche in Italia, dove finché c’è stata una certa idea di bipolarismo, alla guida delle due coalizioni si sono alternati leader in qualche modo moderati, Prodi e Berlusconi.

Ultimamente invece, appannatasi la stella del Cav, il centrodestra ha affidato alla matematica la determinazione delle proprie scelte interne. Quelle relative alla guida dell’alleanza (il famoso "è al comando chi ha più voti") e quella dei civici ("uno a me, uno a te, a te, a te). Senza stare a guardare chi in effetti volta per volta aveva la possibilità di vincere.

È accaduto alle ultime elezioni ma era successo in occasione delle regionali dello scorso anno, nelle quali non a caso il centrodestra aveva ottenuto risultati inferiori alle proprie potenzialità proprio per la scelta di candidati sbagliati.

"Manca un federatore", hanno detto in tanti, a cominciare da Letta, alludendo ovviamente a Berlusconi. Il punto è che il Cavaliere non ha più e non avrà più l’energia fisica e la forza elettorale per caricarsi sulle spalle la coalizione. Salvini e Meloni sono quindi chiamati a compiere quello sforzo che al momento non possono delegare ad altri. Nelle tematiche scelte, nei modi di metterle in pratica, nell’organizzare la coalizione. Non si tratta di snaturarsi, ma solo di immaginarsi più grandi.