Quando, tra qualche anno, un anatomopatologo della politica si dedicherà alla storia del grillismo, non potrà che riconoscere la consustanzialità di quel Movimento con Beppe Grillo. E chi (dai Travaglio di turno agli ultimi leader o presunti tali della sinistra-sinistra e del Pd) oggi si traccia strumentalmente le vesti per l’ultima presunta apostasia dell’Elevato (dopo averne celebrato il genio politico) o non lo ha mai capito o è, più verosimilmente, in malafede. Insomma, Grillo, oggi come ieri, è quello che è sempre stato: un comico populista che è riuscito a inventarsi e a offrire un’illusione collettiva a base di feroci slogan anti-sistema, irretendo milioni di italiani. Il punto (e il nodo vero in una democrazia trasparente) è che non abbiamo mai saputo, invece, chi è Giuseppe Conte. Di sicuro ha sempre...

Quando, tra qualche anno, un anatomopatologo della politica si dedicherà alla storia del grillismo, non potrà che riconoscere la consustanzialità di quel Movimento con Beppe Grillo. E chi (dai Travaglio di turno agli ultimi leader o presunti tali della sinistra-sinistra e del Pd) oggi si traccia strumentalmente le vesti per l’ultima presunta apostasia dell’Elevato (dopo averne celebrato il genio politico) o non lo ha mai capito o è, più verosimilmente, in malafede. Insomma, Grillo, oggi come ieri, è quello che è sempre stato: un comico populista che è riuscito a inventarsi e a offrire un’illusione collettiva a base di feroci slogan anti-sistema, irretendo milioni di italiani.

Il punto (e il nodo vero in una democrazia trasparente) è che non abbiamo mai saputo, invece, chi è Giuseppe Conte. Di sicuro ha sempre avuto ben poco a che fare proprio con la summa (si fa per dire) ideologica del Movimento: anzi, per formazione, frequentazioni, professione e relazioni, è agli antipodi del dogma grillino dell’"uno vale uno". Figlio della media borghesia meridionale (di Volturara Appula, un paese del Foggiano), quando arriva nella Capitale per l’università è ospite di quella Villa Nazareth, il collegio universitario cattolico che ha come slogan "Favoriamo lo sviluppo dei talenti", dove diventa il pupillo del cardinale Achille Silvestrini, dominus del collegio e guida religiosa e "politica" dell’ala sinistra della Chiesa cattolica durante l’era wojtyliana.

Si afferma come professore universitario e come avvocato civilista e cura trattative e affari per grandi gruppi prima in un blasonato studio legale come Gop (Gianni Origoni, Grillo, Cappelli & Partners), poi in quello di Guido Alpa, suo maestro.

Eppure, con questo background e pochette al taschino, modi educati da studente modello un po’ timido e un po’ impacciato (anni luce dai vaffa di Beppe), nel 2018, come si aprisse la tenda di un teatro, ce lo ritroviamo premier. E se all’inizio si presenta come il "mero garante del contratto", quasi fosse il notaio del patto Di Maio-Salvini per la nascita del governo giallo-verde, un anno dopo o poco più siamo già completamente dentro la fenomenologia del contismo senza limitismo, come scriverebbero gli arguti notisti di Dagospia.

Con l’abile e preponderante regia mediatica di Rocco Casalino, l’Avvocato del Popolo mette all’angolo Matteo Salvini nella disfida del Senato, diventando rapidamente e trasformisticamente il guru dell’esecutivo giallo-rosso e addirittura il possibile candidato premier (parola di Nicola Zingaretti) del centrosinistra.

La fascinazione che l’uomo mai candidato, mai votato, apparentemente estratto a sorte, finisce per esercitare sul gruppo dirigente del Nazareno e sulla sinistra di Leu ha del metafisico: è un trasferimento di sovranità partitica senza precedenti. Solo Matteo Renzi resta freddo e pronto a bloccare l’ascesa. Se non fosse che arriva la pandemia e da quel momento è come un film: l’emergenza sanitaria offre l’occasione per entrare tutti i giorni, tutto il giorno, nelle case degli italiani, le conferenze stampa da Palazzo Chigi via Facebook e a reti unificate si trasformano nel momento della rivelazione del Messia.

La corsa politico-mediatica sembra irresistibile. Eppure, molti tasselli cominciano a uscire dai loro spazi. Soprattutto cambia il clima internazionale (con l’uscita di scena del Donald Trump del "Giuseppi"), emergono i fallimenti dello stesso governo sui molteplici fronti della pandemia), si acuisce lo scontro nella maggioranza con Renzi. Eppure, il novello Conte di Montecristo asserragliato nel bunker di Palazzo Chigi con il fido Casalino fa di tutto per restare al suo posto. Ma il Cavaliere bianco con cui se la deve vedere non è Salvini, è Mario Draghi. La fine è segnata.

Non era scritto da nessuna parte, ma è dentro la fenomenologia del contismo anche questo, che appena quattro mesi dopo l’ambizione dell’uomo mai stato grillino lo portasse a sfidare direttamente colui al quale in fondo deve tutto. Lui, come tutto il resto della truppa grillina, che gli si affida nel segno della disperata ricerca di un altro giro in Parlamento.