15 mag 2022

Lavorare stanca: mi dimetto C’è chi rifiuta il posto fisso

Il ministero: le cessazioni volontarie sono quasi un milione e mezzo. Ragioni legate alla durata, alla gravosità e all’invadenza sulla vita privata

claudia marin
Cronaca

di Claudia Marin

Tra gennaio e aprile di quest’anno solo in Veneto si sono dimesse 66.300 persone, il 50 per cento in più rispetto allo stesso periodo del 2021. Ma non basta. Poco meno della metà dei supermercati e dei mini-market della distribuzione alimentare organizzata che hanno cercato nuovo personale negli ultimi tre anni, non lo hanno trovato.

Dunque, che si tratti di lasciare un posto di lavoro o di rifiutarlo in anticipo, una cosa è certa: se si considerano le motivazioni delle dimissioni o dei rifiuti preventivi, ci si rende conto che siamo di fronte a due facce del fenomeno del Big quit o Great resignation: in entrambe le versioni, alla base delle scelte dei lavoratori ci sono ragioni connesse alla durata del lavoro, alla sua gravosità, alla sua invadenza rispetto alla vita privata.

In Italia, secondo i dati del ministero del Lavoro, le cessazioni dei rapporti di lavoro a seguito di dimissioni hanno raggiunto, nei primi nove mesi del 2021, quota 1 milione 362 mila, superando di gran lunga i livelli pre-Covid. Ma il trend è in crescita anche nel 2022. E al fenomeno si aggiunge quello dei rifiuti preventivi. I dati che emergono dall’Osservatorio 2022 sul settore del commercio al dettaglio alimentare di Fida-Confcommercio confermano che, tra le principali cause della difficoltà nella ricerca di personale, resta in primo piano la scarsità dei profili con le competenze o esperienze richieste (64,1%), ma orari di lavoro ritenuti pesanti (40,2%) e mansioni poco attrattive (31,3%) hanno un peso ugualmente rilevante. La distribuzione alimentare è solo uno dei settori non attrattivi: nel turismo, in edilizia, nella manifattura, ma anche nei servizi, i fenomeni si ripropongono e dietro non c’è solo la carenza di mano d’opera specializzata o il reddito di cittadinanza che fa concorrenza agli impieghi stagionali. In linea generale, del resto, secondo una recente indagine della Fondazione dei Consulenti del lavoro, il 54,4% dei lavoratori che hanno presentato le dimissioni nei primi nove mesi del 2021 ha un titolo di studio inferiore al diploma superiore; solo il 14,5% ha una laurea mentre il 31,1% un diploma di istruzione superiore. Con il risultato che anche in presenza di disoccupazione e di persistente disparità delle competenze, "abbiamo comunque – spiega Mariano Corso, professore del Politecnico di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working – un alto tasso di dimissioni tra i giovani. Questo è indicativo di quanto sia forte il problema. In Europa, secondo le stime di Gallup, i lavoratori soddisfatti della propria occupazione sono il 10%, in Italia il 5%. La metà...".

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