Claudio Cumani Far ridere è una cosa seria. Perché riduce lo stress, allena la memoria e addirittura migliora il sistema immunitario. Facendo scendere, dice uno studio americano, perfino il colesterolo cattivo e la pressione. Sarà vero? Di certo, far ridere stanca. Ne sa qualcosa Rowan Atkinson,...

Claudio

Cumani

Far ridere è una cosa seria. Perché riduce lo stress, allena la memoria e addirittura migliora il sistema immunitario. Facendo scendere, dice uno studio americano, perfino il colesterolo cattivo e la pressione. Sarà vero? Di certo, far ridere stanca. Ne sa qualcosa Rowan Atkinson, che ha deciso di mandare in pensione il suo Mr Bean, e lo sanno bene i suoi colleghi comici dal successo meno planetario ma comunque imprigionati come lui in personaggi che finiscono per identificarli e asfissiarli. "Finzione o realtà? Essere o apparire?", avrebbe detto Pirandello. E ancora: far ridere è una responsabilità.

Lo ha ribadito proprio lui, Atkinson, denunciando questa nostra epoca social forse un po’ simile al Medioevo. Giusto: dietro al riso del singolo, scriveva Bergson, si nasconde un’intenzionalità collettiva. Tutto ciò detto però, la figura di Mr Bean, inconsapevolmente tanto amata perché erede dei tanti Buster Keaton della nostra memoria, conferma una legge incontestabile: è la personalità del comico a sancirne il successo e non le battute, le situazioni, i contesti. È un segno impercettibile (a Totò bastava fare una smorfia) a decretarne il trionfo. E lui quel segno ce l’ha (aveva?) nettissimo. Di ritiri eccellenti è pieno il mondo dello spettacolo. Quello di Atkinson ha un sapore diverso. Perché quell’omino solo, sfortunato e maldestro ci somiglia maledettamente. Al punto da non voler avere più nulla a che fare con noi. La comicità, quella vera, è lo specchio fedele del proprio tempo.