Franco Battiato, all’anagrafe Francesco, è morto ieri all’età di 76 anni
Franco Battiato, all’anagrafe Francesco, è morto ieri all’età di 76 anni
di Marco Mangiarotti E il pensiero si fece musica, ballo, meditazione, allegria. Spostò il nostro centro di gravità permanente e lui divenne il re di un altro mondo. Franco Battiato è stato uno degli artisti più influenti della sua epoca, il Novecento, perché da autodidatta famelico e curioso lo aveva morsicato tutto, spartiti e libri, arte, cinema e teatro, per regalarlo al pubblico del pop. E poi scrivere, liberato dal successo, altro, la canzone poesia, l’opera, il balletto, la sperimentazione elettronica degli esordi risuolata in tour nel 2015 con Pinaxa. Da Centro di gravità permanente a La cura, l’amore come preghiera...

di Marco Mangiarotti

E il pensiero si fece musica, ballo, meditazione, allegria. Spostò il nostro centro di gravità permanente e lui divenne il re di un altro mondo. Franco Battiato è stato uno degli artisti più influenti della sua epoca, il Novecento, perché da autodidatta famelico e curioso lo aveva morsicato tutto, spartiti e libri, arte, cinema e teatro, per regalarlo al pubblico del pop. E poi scrivere, liberato dal successo, altro, la canzone poesia, l’opera, il balletto, la sperimentazione elettronica degli esordi risuolata in tour nel 2015 con Pinaxa. Da Centro di gravità permanente a La cura, l’amore come preghiera universale, si illumina il suo arcobaleno. Fleurs ci confessa il suo rapporto metafisico e sentimentale con le canzoni degli altri, gli ultimi concerti con Alice e Paolo Fresu la risposta a chi pensa sia stato un genio solitario. Elitario, piuttosto. Ma divertente, umile, semplice anche quando ti ascoltava da un altro mondo.

Franco ha attraversato tutte le musiche per sottrazione e negazione, con l’italico pop subito abbandonato negli anni ‘70 per l’avanguardia elettronica, strumento di ricerca e tortura per gli spettatori ignari, sulle orme di Stockhausen. Frequenta il giro di Gianni Sassi e della Cramps, quello di Re Nudo al Parco Lambro. Fetus, Pollution, Sulle corde di Ariel, l’avanguardia Dada, patafisica, situazionista. Pronto per riscrivere canzoni dopo aver divorato la nuova biblioteca di Babele della casa editrice Adelphi, nel cenacolo di Roberto Calasso e Fleur Jaeggy, approfondendo il misticismo sufi di Gurdjieff e l’esoterismo di Guenon. Che ritrovate, con altre parabole letterarie, nei testi ironici e coltissimi di tre album che vendono milioni di copie, L’Era del cinghiale bianco (1979), Patriots (1980), La voce del padrone (1981), in cui scrive tormentoni dance che lievitano come i dervisci danzanti e visionari lieder, la tensione melodica, contemporanei.

La trasfigurazione della canzonetta da hit parade arrivò con la mediazione colta di Giusto Pio e Antonio Ballista. Cuccurucucù, Up patriots to arms, Voglio vederti danzare, La stagione dell’amore, Prospettiva Nevsky imbarcano tutti verso una terza dimensione dell’ascolto. Un oceano di silenzio, E ti vengo a cercare, lo sguardo doloroso al presente di Povera patria. Poi ci saranno album e canzoni rivolte alle anime da un’anima ormai libera. La Sicilia in ottobre, Summer on a solitary beach, le stagioni, Era de maggio, Aspettando l’estate, Veni l’autunnu, subito il richiamo ancestrale di Stranizza d’amuri. L’animale, Quand’ero giovane, l’ombra lunga di Strani giorni.

Il filosofo Manlio Sgalambro sbozza parole dure e affilate, Franco cerca una forma post classica in una modernità ormai lontanissima. Ricordo ancora Fisiognomica e Gommalacca con il rock di Shock in my town come lo avrebbe suonato John Lennon, la sua chitarra metallara per Il mantello e la spiga è una colata luminosa dal vulcano in sonno. Intanto aveva studiato e scritto l’opera, celebrato la sua passione per Maria Callas, percorso i Campi magnetici di un balletto. Sempre più una barca che attraversa questo mare metafisico, pensiero immobile nel suo vorticoso movimento. Davanti alla Muntagna.