Il rendering del progetto dell’architetto e urbanista Stefano Boeri di viale Ceccarini
Il rendering del progetto dell’architetto e urbanista Stefano Boeri di viale Ceccarini
Nella città del futuro non dovremmo neppure aver bisogno dell’auto, se non per i lunghi viaggi. Perché tutto sarebbe a portata di mano, a non più di 15 minuti da casa: la scuola, i servizi sanitari, il commercio... "Di sicuro la pandemia ha accelerato alcune aspettative che riguardano le nostre città ma anche i nostri spazi domestici, e soprattutto ha mandato in crisi un vecchio modello strutturato su pochi luoghi di grande concentrazione di folla", esordisce Stefano Boeri, architetto di fama internazionale, che ha progettato anche il famoso Bosco Verticale di Milano che ora si sta replicando perfino in Germania e in Cina. Boeri è arrivato ieri a Riccione e – intervistato da Michele Brambilla, direttore di Qn e il Resto del...

Nella città del futuro non dovremmo neppure aver bisogno dell’auto, se non per i lunghi viaggi. Perché tutto sarebbe a portata di mano, a non più di 15 minuti da casa: la scuola, i servizi sanitari, il commercio...

"Di sicuro la pandemia ha accelerato alcune aspettative che riguardano le nostre città ma anche i nostri spazi domestici, e soprattutto ha mandato in crisi un vecchio modello strutturato su pochi luoghi di grande concentrazione di folla", esordisce Stefano Boeri, architetto di fama internazionale, che ha progettato anche il famoso Bosco Verticale di Milano che ora si sta replicando perfino in Germania e in Cina.

Boeri è arrivato ieri a Riccione e – intervistato da Michele Brambilla, direttore di Qn e il Resto del Carlino – ha presentato il suo masterplan per il Distretto Ceccarini che si candida a diventare il primo quartiere italiano energeticamente autosufficiente, quasi un ‘laboratorio green’ del cambiamento, con l’aumento delle coperture verdi, impianti di raccolta delle acque piovane, e una radura circondata da alberi affacciata sul lungomare. È stata l’occasione per parlare con Stefano Boeri della nuova identità delle città del futuro, di cui tratta anche Urbania, il suo saggio più recente.

Architetto, che cosa ci ha insegnato la pandemia?

"Innanzitutto ci ha indicato una strada: il bisogno di ritornare a una scala dell’incontro e delle relazioni interpersonali che non necessitino di grandi spostamenti, con tutti i rischi di congestione. Ci ha mostrato l’esigenza di recuperare spazi nuovi, e soprattutto spazi verdi dove far riemergere la biodiversità. E ha rivelato anche come sia fondamentale superare le rigidità dei tempi della città, dove tutte le scuole aprono alle 8.15, tutti gli uffici chiudono alle 17.30... Abbiamo imparato a lavorare stando a casa o in giardino, o incontrare gli amici quando andiamo al lavoro".

Quindi come potrebbero cambiare le città?

"Io penso a città che siano come un arcipelago di quartieri o di borghi contemporanei, ognuno dei quali è in sostanza autosufficiente. Come tante isole, con al centro un polmone di aree verdi, e tutt’attorno corridoi verdi che si accompagnano ai flussi della mobilità. E dove le piazze, che abbiamo felicemente riscoperto, tornino a essere luogo di incontro e non parcheggi: pensi che oggi l’80% degli spazi esterni è occupato da lamiere di auto, ferme o in movimento: un’assurdità che dobbiamo superare".

Alla luce dei rischi di contagio, dovranno essere ripensati i luoghi di ritrovo?

"La vicinanza dei corpi è una bellissima modalità di vivere e condividere emozioni: dobbiamo pensare a mantenerla, pur immaginando spazi diversi. Per esempio, stiamo lavorando sull’idea di stadi calcistici che prevedano una minore densità di persone ma che consentano di rispettare la percezione dell’evento dal vivo. Anche in questi stadi la presenza del verde sarà importante, perfino all’interno".

Per molti anni, anche recenti, le città si sono allargate con strisce di villette e palazzine...

"Sì, una tragedia dei territori: abbiamo rovinato migliaia di ettari di paesaggio con un enorme consumo del suolo e costruzioni anche di scarso livello. E si è creata quella che io chiamo l’anticittà".

Ma con il desiderio di fuggire dalla città, non rischiamo che tutto questo si ripeta?

"Speriamo di no. Oggi, soprattutto nei giovani, c’è la chiara percezione che eliminare un pezzo di natura è un danno sociale, che si scarica poi sulle nuove generazioni. Penso invece che potremmo orientare questo desiderio di nuovi spazi verso la riqualificazione di borghi meravigliosi: immagino città che diventino arcipelaghi di borghi, e borghi storici che possano tornare a essere piccole città. Come sono stati anche nella storia".