di Aristide Malnati E se l’archeologo del terzo millennio assomigliasse più a un robot o un computer che al fisico atletico di Harrison Ford, avvenente protagonista di Indiana Jones e delle sue avventure alla caccia di favolosi tesori? Niente di più probabile: oggi a scoprire città perdute, magari sotto il mare, o templi maledetti mangiati dalla giungla sono sempre più sofisticati programmi informatici capaci di leggere le migliaia di foto agli infrarossi scattate dai satelliti. Un gruppo di ricerca sta infatti creando un sistema di riconoscimento informatico in grado di interpretare le foto che dall’alto vengono quotidianamente scattate in tutto il globo, anche negli abissi marini. Sulla base delle...

di Aristide

Malnati

E se l’archeologo del terzo millennio assomigliasse più a un robot o un computer che al fisico atletico di Harrison Ford, avvenente protagonista di Indiana Jones e delle sue avventure alla caccia di favolosi tesori? Niente di più probabile: oggi a scoprire città perdute, magari sotto il mare, o templi maledetti mangiati dalla giungla sono sempre più sofisticati programmi informatici capaci di leggere le migliaia di foto agli infrarossi scattate dai satelliti. Un gruppo di ricerca sta infatti creando un sistema di riconoscimento informatico in grado di interpretare le foto che dall’alto vengono quotidianamente scattate in tutto il globo, anche negli abissi marini. Sulla base delle informazioni ricevute gli archeologi poi capiscono la natura delle vestigia sepolte e stabiliscono se e come procedere con lo scavo per recuperare possibili meraviglie del sottosuolo. È con una simile guida che da qualche anno si sta procedendo al rilevamento e all’interpretazione di resti, a volte anche di dimensioni ridotte che all’occhio umano sulla base di immagini satellitari poco chiare spesso potrebbero apparire come anomalie del terreno.

Alla testa dell’ambizioso progetto – che è chiamato Cultural Landscapes Scanner (Scansione di paesaggi culturali) e che è sotto l’egida dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) e dell’Agenzia spaziale europea (Esa) – una geniale ricercatrice italiana, Arianna Traviglia, che ha una laurea in Storia a Venezia e una specializzazione in Archeologia a Trieste ma ha ampliato le proprie conoscenze umanistiche con un dottorato in Ingegneria geomatica e con un’attività di ricerca decennale in istituti di informatica applicata in Australia e Nuova Zelanda. Un sistema di lettura e comparazione di banche dati (che per l’archeologia sono ancora ridotte) tramite l’intelligenza artificiale che è lo stesso utilizzato da Elon Musk, e in generale dai ricercatori aerospaziali (a iniziare da quelli della Nasa), per orientare l’esplorazione dello spazio vicino e lontano.

E i risultati non si sono fatti attendere. Un esempio su tutti: nella giungla cambogiana sul sito di Angkor, che è stato il più imponente centro urbano tra il 900 e il 1500 (con una popolazione sette volte superiore a quella di Londra o di Parigi), le immagini agli infrarossi stanno rivelando da tre anni strutture sotterranee che appartengono sicuramente a centri del potere e a edifici sacri di questa antica metropoli. Come i palazzi vicino al tempio chiamato Bayon (famoso per gli enigmatici volti rappresentanti Jayavarman VII, potente sovrano khmer): grazie a questo nuovo sistema di indagine si va sul sicuro e piano piano tornano alla luce vestigia imponenti nella foresta più fitta, che vanno ad aggiungersi al tempio magico di Ta Prohm, teatro di famose scene di Tomb Raider con Angelina Jolie.

Allo stesso modo si agisce sotto il mare, a iniziare dalla rada del porto di Alessandria d’Egitto, il porto Eunòstos, il più importante del Mediterraneo durante il periodo tolemaico (IV-I secolo avanti Cristo). Qui in poco più di 20 anni si sono identificati i blocchi del famoso faro, un gran numero di statue di divinità e di sovrani con le loro regine, quel che resta del palazzo di Antonio e Cleopatra e persino, 20 chilometri più a est, una parte dell’antico abitato greco di Heraklèion: ebbene combinando i dati ricavati da tutti questi ritrovamenti con le nuove foto ad alta precisione gli studiosi ricavano informazioni preziose e vanno a colpo sicuro su come procedere con l’esplorazione dei fondali. Quasi un gioco da ragazzi.