Lapo Elkann (Imagoeconomica)
Lapo Elkann (Imagoeconomica)

Piero Degli Antoni

MILANO, 6 dicembre 2014 - L’UNICA certezza è che, qualsiasi cosa faccia, non lascia indifferenti. Puoi amarlo, odiarlo, disprezzarlo, imitarlo, irriderlo o idolatrarlo, ma in ogni caso come Zorro lascia il segno. Un giorno abbandona la sua Ferrari mimetica sulle rotaie del tram e scatena una sollevazione popolare, quello dopo la parcheggia in divieto di sosta ma con l’adesivo pacifista e diventa l’idolo dei new hippies. Il Wall Street Journal lo adora e lo proclama simbolo del made in Italy di successo, Vanity Fair lo sancisce per quattro volte di seguito come l’uomo meglio vestito del mondo, mentre Andrea De Benedetti lo scarnifica: «Le uniche cose che ha inventato sono la felpa con la scritta Fiat e gli occhiali da mille euro».

AMA LE DONNE e ne è riamato, può vantare un’intera collezione estate inverno, da Martina Stella («l’unica che ho amato», all’ereditiera Goga, all’ultima, la blogger Marsica Fossati, 25 anni, appena lasciata) ma subisce anche il fascino dei semi-uomini. Incontra la curva cieca contro cui si schianta il 10 ottobre del 2005, quando viene ricoverato all’ospedale di Torino per un’overdose di cocaina ed eroina, dopo una notte brava trascorsa con quattro trans, tra cui la famosa ‘Patrizia’ (Donato Brocco sulla carta di identità). Candidamente schietto fino all’incoscienza, in seguito ha ammesso l’uso della cocaina ma non dell’eroina, vagheggiando anche una responsabilità di Luciano Moggi, con cui aveva appena litigato, nella diffusione della notizia. È da quel giorno che deve mettere la freccia e uscire dai cancelli della Fiat. «Con Lapo sono stato estremamente chiaro», ha detto Marchionne, «Credo che debba formarsi al di fuori della Fiat. Si deve fare i muscoli altrove», anche se sporadicamente ha collaborato nella promozione della Fiat 500 Gucci e nella personalizzazione delle Ferrari (tra cui il modello sommessamente foderato di cachemire). Parla cinque lingue: francese, inglese, portoghese, spagnolo e italiano. Per le altre quattro non possiamo garantire, ma con l’italiano rasenta l’abuso criminale del congiuntivo, tanto da meritarsi la feroce parodia di Ubaldo Pantani.

A PROPOSITO di abusi, clamorosa l’intervista al ‘Fatto’ nella quale rivela di essere stato vittima di abusi sessuali a 13 anni in un collegio di gesuiti, così come delle risse innescate da militare (semplice) quando i commilitoni lo apostrofavano «agnellino di m...». Si è fatto le ossa come operaio semplice alla Piaggio, partecipando persino a uno sciopero, ma poi se le è rotte in un numero incredibile di incidenti - due solo quest’anno - collezionando tutori e gessi a ripetizione.

Figlio di Alain Elkann, ebreo, giornalista e scrittore, e di Margherita Agnelli, figlia di Gianni («Papà è sempre stato presente, mamma non la sento e non la vedo mai»), ha detto di essere sia ebreo che cristiano, ma di sentirsi più a proprio agio con gli isreaeliti («Fanno squadra»). Proprio come il nonno, a cui assomiglia in modo prodigioso, Lapo resta in ogni caso il simbolo di un’eleganza che non passa inosservata. Il nonno esibiva l’orologio sopra il polsino, lui si spinge nei territori dell’eccentricità fatta doppiopetto, sempre un passo dopo la discrezione, un passo prima del cattivo gusto. Dalla Ferrari mimetica alla Cinquecento pied-de-poule, dai gessati sgargianti alla felpa indossata sopra camicia e cravatta, dai mocassini foderati di peluche ai famosi occhiali in carbonio.

PER AVERE un’idea del Lapo-pensiero utilissimo un florilegio di sue massime: «Il caso, che distribuisce le carte per il poker della vita, a me ha dato una scala reale. Ma se non la so giocare, perdo tutto alle prime mani». «L’auto è il bene più prezioso dopo la casa». «Chiamarmi Lapo mi consente di omettere il cognome». Senza dimenticare l’aforisma più gustoso, sciorinato dopo una sfortunata partita della Juve: «È ora che i giocatori mettino i cog...sul tavolo e diino prova di coraggio». Congiuntivo adieu.