di Massimo Donelli A quarant’anni dalla tragedia di Vermicino (Roma), che lo trasformò in un eroe amatissimo, Angelo Licheri, 77 anni, sardo di Gavoi (Nuoro) è morto nella notte tra sabato a domenica in una clinica di Nettuno (Roma). Era piagato dal diabete, ormai quasi cieco, una gamba amputata. Nessuno, a vederlo ridotto così, avrebbe mai potuto immaginare che quell’omino, alto poco più di un metro e mezzo per 41 chili di peso, si fosse calato come uno speleologo in un pozzo artesiano per strappare alla morte Alfredino Rampi, 6 anni, precipitato a oltre 60 metri di profondità alle 19 del 10 giugno 1981 mentre tornava a casa da solo. Era un ragazzo di 17 anni, Angelo, quando lasciò la Sardegna per fare il garzone al Circo Orfei. Era un facchino trentaseienne la sera del...

di Massimo

Donelli

A quarant’anni dalla tragedia di Vermicino (Roma), che lo trasformò in un eroe amatissimo, Angelo Licheri, 77 anni, sardo di Gavoi (Nuoro) è morto nella notte tra sabato a domenica in una clinica di Nettuno (Roma). Era piagato dal diabete, ormai quasi cieco, una gamba amputata. Nessuno, a vederlo ridotto così, avrebbe mai potuto immaginare che quell’omino, alto poco più di un metro e mezzo per 41 chili di peso, si fosse calato come uno speleologo in un pozzo artesiano per strappare alla morte Alfredino Rampi, 6 anni, precipitato a oltre 60 metri di profondità alle 19 del 10 giugno 1981 mentre tornava a casa da solo. Era un ragazzo di 17 anni, Angelo, quando lasciò la Sardegna per fare il garzone al Circo Orfei. Era un facchino trentaseienne la sera del 12 giugno in cui uscì di casa dicendo alla moglie (per non farla preoccupare) "Vado a comprare le sigarette". E, invece, andò a offrirsi volontario e scese a testa in giù, verso mezzanotte, in quel budello largo 28 centimetri rimanendovi per 45 minuti e scorticandosi gambe e braccia fin quasi all’osso, magro com’era. Angelo arrivò anche a parlare con Alfredino. Lo toccò. Ma non riuscì a portarlo fuori, perché le gambe del bambino erano piegate contro la parete, sollevate verso il bacino.

La morte di Licheri riapre all’improvviso, 40 anni e 126 giorni dopo, l’album dei ricordi di una

nazione. In Italia, infatti, la tragedia di Vermicino ebbe lo stesso impatto emotivo delle Torri Gemelle (11 settembre 2001). Fu la più lunga diretta nella storia della Rai (18 ore) e paralizzò, letteralmente, il Paese: dalle 14 alle 20 di venerdì 12 giugno la seguirono in media 12 milioni di telespettatori, con una punta, alle 19.45, di 21,7 milioni; e dalle 20 a mezzanotte fu registrato un ascolto medio di 28 milioni, con un picco alle 20,45 di 28,6 milioni. Fu anche il primo, drammatico reality show.

Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini (1896-1990), rimase a Vermicino per 16 ore di seguito. Il comandante dei Vigili del Fuoco di Roma, l’ingegner Elveno Pastorelli (1930-1997), divenne famoso come un calciatore. Licheri fu proclamato eroe subito. E una folla di anonimi bivaccò attorno al pozzo. Fra loro, alcuni ambulanti che vendevano panini con la porchetta e birra.

Una tragedia, un happening, una diretta TV, uno… spettacolo che trasformò il teleschermo in un gigantesco buco della serratura dal quale gli italiani non riuscivano a staccarsi. Ha scritto Aldo Grasso, 73 anni, storico della televisione: "Era giusto, non era giusto trasmettere quella terribile agonia dal pozzo della morte? Era giusto, non era giusto puntare la telecamera su un bambino che stava sprofondando in un buco nero dove, di lì a poco, sarebbero sprofondate, con la pietà e la vergogna per il ragazzino, tutte le nostre concezioni sulla tv, sul rapporto fra informazione e spettacolo, sui conflitti fra vita e morte? In questi anni è stato più volte ripetuto che per sentirsi vivi bisogna apparire in tv, frequentare le plaghe della visibilità. Eppure, tutti questi discorsi sono cominciati con una morte, una lunga, interminabile morte in diretta: la tv voleva rendere memorabile il suo agire, a qualunque prezzo".

A ben vedere, da quella tragedia solo Licheri uscì con dignità. Ha raccontato Franca Bizzarri Rampi, la mamma di Alfredino: "Angelo ha fatto il massimo, al di sopra di ogni soglia di sopportazione umana del dolore, ha rischiato la vita. Quando uscì, era senza fiato. Non appena arrivai da lui, lo vidi così sfinito che non ebbi il coraggio di chiedergli nulla. Gli dissi solo: ‘Stai buono, stai tranquillo’. Desideravo con tutto me stessa sapere che cosa era successo, ma provavo

per lui una pena incredibile". Ora, con la morte di Licheri, Vermicino è definitivamente consegnata agli archivi. Ma la cicatrice di quei giorni (il caos nei soccorsi, i protagonismi, il tragico finale) resterà per sempre incisa sulla coscienza di una nazione, la nostra.