Il leader della Lega Matteo Salvini, 48 anni, con il sottosegretario Claudio Durigon, 49
Il leader della Lega Matteo Salvini, 48 anni, con il sottosegretario Claudio Durigon, 49
di Antonella Coppari La Lamorgese è salva, Durigon quasi certamente no. L’imprudente sottosegretario è in realtà preso tra due fuochi: il martellamento del Pd e di mezza maggioranza da un lato, la fronda interna alla Lega dall’altro. Non è un mistero che una parte del Carroccio voglia liberarsi dell’ex sindacalista Ugl giudicato troppo vicino all’estrema destra ma anche potenzialmente pericoloso per qualche sua frequentazione discutibile. Un’area a cui dà voce il numero due, Giancarlo Giorgetti, in persona: "Un membro del governo si dimette o perché glielo chiede il presidente del Consiglio o il segretario del suo partito. O per una decisione di coscienza. Certo, quando si è investiti di...

di Antonella Coppari

La Lamorgese è salva, Durigon quasi certamente no. L’imprudente sottosegretario è in realtà preso tra due fuochi: il martellamento del Pd e di mezza maggioranza da un lato, la fronda interna alla Lega dall’altro. Non è un mistero che una parte del Carroccio voglia liberarsi dell’ex sindacalista Ugl giudicato troppo vicino all’estrema destra ma anche potenzialmente pericoloso per qualche sua frequentazione discutibile. Un’area a cui dà voce il numero due, Giancarlo Giorgetti, in persona: "Un membro del governo si dimette o perché glielo chiede il presidente del Consiglio o il segretario del suo partito. O per una decisione di coscienza. Certo, quando si è investiti di responsabilità di governo bisogna essere molto attenti a quello che si fa". Fedriga lo difende o almeno frena: "Non condivido affatto la sua proposta di intitolare un parco di Latina al fratello di Mussolini, considero eccessiva la richiesta di dimissioni".

Ma le parole di Salvini, pur senza compromettersi ufficialmente, sembrano indicare la direzione di uscita: "Con Claudio ci incontreremo nei prossimi giorni e ragioneremo serenamente insieme su cosa fare e su cosa sia più utile per la Lega e per il governo". L’unica condizione che il leader avrebbe posto un’uscita non disonorevole. Quindi rinviata in modo da evitare l’impressione di una sua ignominiosa cacciata ad opera dell’altra parte della maggioranza. Tutt’altra musica per Luciana Lamorgese, e a suonarla è lo stesso Salvini: "Ma no, quali dimissioni".

Insomma pare proprio di trovarsi di fronte all’ennesimo miracolo di Super Mario. Il colloquio dell’altro giorno avrebbe prodotto un doppio risultato: mettere al sicuro la casella del Viminale, dal momento che ora Salvini domanda solo di avere voce in capitolo. "Ho chiesto a Draghi un incontro a tre con la ministra dell’Interno". E risolvere alla radice la grana Durigon. Resta solo da capire cosa il leader leghista abbia ottenuto o speri di ottenere in cambio. Qui, però, la luce scarseggia: "In cambio avrà poco o nulla – assicurano voci dal Nazareno – Un trilaterale con Lamorgese e un altro leghista come vice del ministro Franco all’Economia".

Impossibile dare per scontato questo esito. La sostituzione di Durigon con altro esponente del Carroccio (in pole ci sarebbero Massimo Bitonci ed Edoardo Rixi) è nell’ordine delle cose, non ci sarebbe neppure bisogno di chiederlo. La co-gestione delle politiche sull’immigrazione è un risultato spendibile anche sul piano della propaganda perché Salvini tornerebbe ad avere voce in capitolo sul tema, e nella campagna elettorale che ci aspetta avrebbe un suo valore ma è pur sempre un premio di consolazione rispetto al miraggio di sostituire l’inquilina del Viminale. Di certo, se la partita si chiudesse così per Salvini sarebbe una sconfitta secca.

Il dubbio è che il leader leghista speri di arrivare a una mediazione sull’argomento più doloroso: quota 100. Il Pd e IV per una volta d’accordo, escludono ogni mediazione caricando i toni: "Palazzo Chigi non accetterà mai una proroga". Ma per un governo con i ministri leghisti il ripristino della odiata riforma Fornero sulle pensioni sarebbe uno smacco molto più doloroso di quello subito dai 5stelle con la riforma Cartabia. Lì, però, alla fine qualcosa Draghi a Conte ha dovuto concedere. Resta da vedere se lo farà anche con la Lega o se la campagna d’autunno si concluderà con una sconfitta del Carroccio mitigata solo dalla possibilità di alzare un po’ la voce ma senza poteri reali sul fronte dell’immigrazione.