"Qualcuno m’ha guardato dal cielo". È il Morandi di sempre quello che, camiciona e microfono, torna a parlare dell’incidente di tre mesi fa spiegando come la speranza nata dal grande prato verde dove s’è buttato dopo essere sfuggito alle fiamme è quella di poter tornare a cantare e, soprattutto a suonare, prima che si può. E lo fa su un altro prato, quello del Parco Lambro di Milano, come un déjeuner sur l’herbe che non ha il pennello di Monet, ma la penna di Jovanotti, autore della L’allegria da cui riparte l’ex ragazzo (fortunato) di Monghidoro. "Per tornare a suonare la chitarra dovrei poter tenere almeno il plettro nella mano destra, ma non ce la faccio. Ci vorranno mesi, le ustioni hanno tempi di guarigione lunghissimi". Com’è il quadro clinico? "La condizione di schiena e glutei è in netto miglioramento, le...

"Qualcuno m’ha guardato dal cielo". È il Morandi di sempre quello che, camiciona e microfono, torna a parlare dell’incidente di tre mesi fa spiegando come la speranza nata dal grande prato verde dove s’è buttato dopo essere sfuggito alle fiamme è quella di poter tornare a cantare e, soprattutto a suonare, prima che si può. E lo fa su un altro prato, quello del Parco Lambro di Milano, come un déjeuner sur l’herbe che non ha il pennello di Monet, ma la penna di Jovanotti, autore della L’allegria da cui riparte l’ex ragazzo (fortunato) di Monghidoro. "Per tornare a suonare la chitarra dovrei poter tenere almeno il plettro nella mano destra, ma non ce la faccio. Ci vorranno mesi, le ustioni hanno tempi di guarigione lunghissimi".

Com’è il quadro clinico?

"La condizione di schiena e glutei è in netto miglioramento, le ginocchia, invece, sono ancora fasciate così come la mano destra, dove la pelle è stata completamente ricostruita. Per fortuna la faccia l’ho salvata. E ringrazio il cielo, non tanto per il mio lavoro, ma per la mia famiglia, perché sarei diventato insopportabile e chissà che brutta vita avrei fatto fare a tutti".

Ha rischiato grosso.

"Nella sfortuna m’è andata pure bene. M’ha raccontato Al Bano, infatti, che suo zio in circostanze simili dal fuoco non è più uscito. Jovanotti m’ha chiamato mentre ero in rianimazione a Cesena ed è stato molto affettuoso, ovviamente quella di tornare a caldeggiare la richiesta del pezzo che gli avevo fatto sul finire dello scorso anno era però l’ultima delle idee".

Poi che cos’è successo?

"Mi ha richiamato il 5 giugno dicendo di avere prodotto con Rick Rubin una canzone che inizialmente pensava di interpretare lui, ma forse sarebbe venuta meglio se fossi stato io a interpretarla. Me l’ha mandata e m’è piaciuta anche se l’ho trovata un po’ strana con tutte quelle parole. Soprattutto nell’inciso qualche riferimento a mie canzoni anni Sessanta, tipo Andavo a cento all’ora, potrebbe avercelo. Ma la struttura è completamente diversa. Comunque, il 7 giugno eravamo già in studio a inciderla. Un gran bel regalo; ho solo chiesto a Lorenzo se ha detto a Rubin che lo canto io".

E lui?

"Assicura di sì. Giura di avergli ha detto: fai finta che a cantarla sia un Johnny Cash italiano".

Gianni Cash…

"Il lavoro di un interprete è quello di entrare nel mondo degli altri e farlo pure suo. Nella musica viviamo un momento di grande cambiamento".

Ha scelto di presentare tutto al Parco Lambro, teatro negli anni Settanta dei festival di Re Nudo. Cosa ricorda di allora?

"Al tempo avvertivo come molti altri miei colleghi questa ventata di aria nuova, senza capire, però, che quelli passati eravamo noi".

Già nel ’71, però, al Vigorelli aveva toccato con mano che il vento era cambiato.

"E chi se lo dimentica quel giorno... Ricordo che l’organizzatore Ezio Radaelli, in occasione della tappa milanese del Cantagiro, ebbe l’idea di far suonare i Led Zeppelin dopo me Rita Pavone, Lucio Dalla, i Vianella, Al Bano ed altri. Fu così che i fans della band inglese sfasciarono tutto. Quando uscii fui accolto da un boato assordante, che solo Radaelli scambiò per ovazione. Significava: vattene a casa".

Madame ha mostrato qualche insofferenza per la notorietà.

"La capisco. De Gregori sulla pressione da successo ci ha scritto una canzone, Guarda che non sono io. Ricordo un pranzo con Mogol e Battisti, quando venne una signora a chiedere la foto. E Lucio le disse: non vede che stiamo mangiando? Ci rimasi male. L’esperienza insegna che bisogna stare al gioco, perché è molto peggio quando non ti cercano più. E lo so per esperienza diretta".

Nell’88 Battiato scrisse una canzone per lei. Andrà a rendergli omaggio nel concerto-tributo che si sta preparando per il 21 settembre all’Arena di Verona?

"Il pezzo s’intitolava Che cosa resterà di me ed era costruito sulla mia storia. L’incise pure lui, togliendo ovviamente i riferimenti più personali, col titolo Mesopotamia. Al concertone nessuno mi ha ancora invitato, ma, se mi chiamano, vado. Con Franco eravamo coetanei, ci dividevano solo tre mesi. L’anno scorso sono andato a trovarlo e ricordo ancora il nostro abbraccio. La sua mancanza m’ha fatto soffrire molto".