24 mar 2022

L’alibi di un avvocato vacilla Si riapre il caso di via Poma

elena g. polidori
Cronaca

di Elena G. Polidori

Un esposto, presentato da alcuni familiari, ha fatto riaprire le indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni, uccisa il 7 agosto del 1990 in un ufficio in un palazzo di via Carlo Poma. L’ipotesi di reato è quella di omicidio volontario a carico di ignoti, ma il caso sarebbe stato riaperto per via di alcune informazioni rese dall’ex funzionario della squadra mobile Antonio Del Greco, che all’epoca aveva diretto le indagini. L’ex poliziotto è stato ascoltato per cinque ore dalla pm Ilaria Calò, ma nel mirino degli inquirentici sarebbe "un personaggio che era già comparso fin dalle prime ore dopo il delitto e che fu interrogato più volte sia in istruttoria sia in dibattimento". Il sospettato "avrebbe mentito fin dall’inizio negando di aver mai conosciuto Simonetta e fornendo agli investigatori una ricostruzione dei suoi spostamenti completamente inesatta". Un’alibi che traballa e che, a distanza di oltre trent’anni, potrebbe far rivedere la posizione dell’avvocato Francesco Caracciolo Di Sarno, all’epoca presidente regionale dell’Associazione Italiana Alberghi per la Gioventù, in pratica l’uomo per cui lavorava Simonetta Cesaroni. In un appunto redatto da un commissario della polizia e risalente al ’92 si legge che l’uomo abitava nell’edificio accanto al luogo del delitto e sarebbe stato noto tra gli amici per essere un molestatore di giovani ragazze, "episodi – si legge nella testimonianza dell’ex agente – che seppure a conoscenza di molti non sarebbero mai stati denunciati grazie anche alle ‘amicizie influenti’ dallo stesso vantate". Sempre secondo questo commissario, la portiera del palazzo di Caracciolo avrebbe affermato che il giorno del delitto l’avvocato "è rientrato affannato e con un pacco mal avvolto presso la propria abitazione", ed è uscito con una "grossa borsa".

Questa borsa fu collegata alla partenza della figlia, che avrebbe accompagnato in aeroporto, fatto che ha costituito per anni l’alibi dell’avvocato: "Non ho mai conosciuto Simonetta Cesaroni, non l’ho mai vista. Non ricordo neppure quando seppi della sua morte – aveva detto all’epoca – ricordo soltanto che mi rivolsi al magistrato per ottenere il dissequestro degli uffici". Caracciolo dichiarò inoltre che il 7 agosto del ’90 accompagnò la figlia all’aeroporto di Fiumicino "perché dovevano partire per Cipro per le vacanze. Quindi tornai nella mia casa di campagna a Tarano". La Cesaroni fu uccisa con ventinove coltellate, colpita ovunque sul corpo che fu ritrovato a notte fonda dai familiari: era a terra con il capo rivolto verso il pavimento, le braccia e le gambe divaricate. Indossava calzini bianchi e il reggiseno abbassato. L’ufficio era in perfetto ordine.

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