di Leo Turrini Questa è la storia di uno di noi, nato per caso nella Via Gluck del capitalismo, chiamata Italia. È la storia di Antonio Giovinazzi, classe 1993, pugliese di Martina Franca. Fino a ieri unico Azzurro del volante sulla griglia di partenza dei Gran Premi. Solo erede di una tradizione che rimanda a Farina, Ciccio Ascari, Patrese, Alboreto, fino a Trulli e Fisichella, beh, ha perso il posto. Sarà sostituito da Guanyu Zhou, primo driver cinese nella storia della Formula Uno. Non è colpa di Gio, come lo chiamiamo tutti. È colpa della globalizzazione: affari e interessi valgono più del merito. E mica solo all’interno del box di un autodromo. Istruttiva è la vicenda, se si prova a leggerla con...

di Leo Turrini

Questa è la storia di uno di noi, nato per caso nella Via Gluck del capitalismo, chiamata Italia. È la storia di Antonio Giovinazzi, classe 1993, pugliese di Martina Franca. Fino a ieri unico Azzurro del volante sulla griglia di partenza dei Gran Premi. Solo erede di una tradizione che rimanda a Farina, Ciccio Ascari, Patrese, Alboreto, fino a Trulli e Fisichella, beh, ha perso il posto. Sarà sostituito da Guanyu Zhou, primo driver cinese nella storia della Formula Uno. Non è colpa di Gio, come lo chiamiamo tutti. È colpa della globalizzazione: affari e interessi valgono più del merito. E mica solo all’interno del box di un autodromo. Istruttiva è la vicenda, se si prova a leggerla con gli occhiali del realismo. Sembra quasi un intrigo internazionale, anche se talvolta somiglia vagamente a una barzelletta.

Tutto comincia quando Sergio Marchionne, ancora non aggredito dalla malattia, decide che è venuto il momento di tentare il rilancio di Alfa Romeo. Così il top manager porta il glorioso marchio del Biscione sulle macchine di una scuderia svizzera, la Sauber, che già usa i motori della Ferrari. In nome della italianità, cui forse teneva più lui cresciuto in Canada di tanti mai usciti dai confini del Bel Paese, Marchionne pretende che a guidare una macchina chiamata Alfa ci sia almeno un compatriota. Giovinazzi, appunto. Fin qui, tutto bene. Solo che poi l’ad di Fiat Chrysler muore e nel frattempo gli svizzeri vendono il team a una multinazionale svedese. Quella che era (anche) una operazione sentimentale si trasforma in qualcosa di diverso. In tutto questo, Gio da Martina Franca fa il suo dovere. Impara e disputa belle gare, dimostrando di poter stare in F1. Una volta con L’Alfa, che non è esattamente un missile, sfiora addirittura il podio. Che al Biscione in un Gp manca da una quarantina d’anni. Tutto a posto? Niente in ordine. John Elkann fa l’accordo per l’integrazione tra Fiat Chrysler e Peugeot e a nessuno viene in mente che la mega fusione avrà, fra tante grosse, anche una piccola conseguenza ulteriore: il destino di Gio. Infatti, che succede? Nel nuovo gruppo nato dagli accordi italo-francesi, comandano quelli di Parigi. E da Parigi dicono agli svizzeri diventati svedesi: vi lasciamo il nome Alfa Romeo, ma vi diamo meno soldi e rinunciamo al diritto di designare un pilota del team. Da quel momento, tutti nell’ambiente sapevano che l’unico italiano presente sulle piste della F1 somigliava a un panda. Specie in via di estinzione: con il successore di Giovinazzi in arrivo appunto dalla terra dei panda, la Cina. Ora, può darsi che questo Zhou sia un fenomeno, nelle categorie minori è andato forte. E figuriamoci se qui si nega l’impatto promozionale: un bisnipote di Mao in gara nei Gp sarà seguito da un miliardo di persone. Davanti a simili numeri (porta anche 30 milioni di sponsor), per forza Giovinazzi da Martina Franca diventa piccolo piccolo, ci mancherebbe.

Ma che poteva fare, se non andare veloce in macchina? E lui veloce è andato, rendendosi però conto che non contava. Anzi, nelle ultime gare si è fatto largo il sospetto che la sua squadra non lo aiutasse, per evitare che l’ingiustizia risultasse ancora più evidente. "La forza del denaro vale più del merito. La F1 è talento, macchina, rischio, velocità, ma sa anche essere spietata quando a dettarne le regole è il denaro. Io credo nelle piccole e grandi vittorie raggiunte grazie ai propri mezzi", ha commentato sconsolato Gio. Che andrà a correre da qualche altra parte, certo. Chiedendosi se davvero Martina Franca sia meno bella di Shanghai.