Cesare De Carlo Angustiati dal virus, storditi dalla calura e dagli incendi pochi prestano attenzione al ritiro precipitoso, anzi alla fuga degli americani dall’Afghanistan. Eppure è peggio che in Vietnam. E la cosa riguarda anche noi in quanto alleati Nato. Questa guerra, a differenza del Vietnam, non è una guerra americana. E’ una guerra Nato. E’ la risposta a un attacco a uno dei...

Cesare

De Carlo

Angustiati dal virus, storditi dalla calura e dagli incendi pochi prestano attenzione al ritiro precipitoso, anzi alla fuga degli americani dall’Afghanistan. Eppure è peggio che in Vietnam. E la cosa riguarda anche noi in quanto alleati Nato. Questa guerra, a differenza del Vietnam, non è una guerra americana. E’ una guerra Nato. E’ la risposta a un attacco a uno dei suoi membri, attivata dall’articolo 5 dello statuto. C’è un’altra differenza con il Vietnam. Fra la pace di Parigi e la caduta di Saigon, 30 aprile 1975, passarono due anni. Due anni per lo sganciamento graduale degli americani. Fra l’annuncio di Biden e la chiusura delle basi in Afghanistan sono passate poche settimane. E in queste poche settimane i talebani hanno reimposto il Medioevo islamico a quasi la metà del Paese. Ora puntano su Kabul, prima persino della deadline del 31 agosto. Nei giorni scorsi il Pentagono ha detto a Biden che le forze governative si stanno liquefacendo. Lo ha convinto a inviare i B 52 stazionati nel Golfo e i caccia delle portaerei nell’Oceano Indiano. Ma – si sa – le incursioni aeree da sole non hanno mai risolto alcun conflitto. Possono ritardare l’inevitabile. E l’inevitabile è la ricostituzione di uno Stato islamico la cui Jihad – altra differenza con il Vietnam – si proietta contro l’intera civiltà occidentale in quanto cristiana. Insomma è una riedizione dell’Isis che ritenevamo liquidato. A chi attribuire il disastro? Un po’ a tutti. A George W. Bush e alla sciagurata strategia dell’escalation. A Barack Obama, che avviò la riduzione delle truppe. A Donald Trump, che si fidò dei talebani. Ma sarà Biden, caduta Kabul, a passare alla storia come il presidente della sconfitta. Come colui che dopo venti anni di sangue e distruzioni ha perso l’Afghanistan. Di più. Dall’Afghanistan escono confermati i sintomi del declino americano. La Cina comunista, la stessa che ci ha appestato, ambisce a raccoglierne l’eredità.