Michele Brambilla Oppure ricorda gli anni Ottanta, quelli poi banalizzati come anni del riflusso o della Milano da bere, declassati a tempo segnato da una gioventù un po’ vuota e fighetta, quella dei paninari: e invece erano anche, e soprattutto, pure quelli anni in cui si voleva tornare a vivere dopo un interminabile decennio di piombo....

Michele

Brambilla

Oppure ricorda gli anni Ottanta, quelli poi banalizzati come anni del riflusso o della Milano da bere, declassati a tempo segnato da una gioventù un po’ vuota e fighetta, quella dei paninari: e invece erano anche, e soprattutto, pure quelli anni in cui si voleva tornare a vivere dopo un interminabile decennio di piombo. Saranno stati anche affascinanti i quadri grigi le luci gialle e i cortei cantati da Alberto Fortis, ma noi che andavamo a scuola non ne potevamo più dell’occupazione della politica di ogni nostro spazio di vita, e soprattutto non ne potevamo più della violenza, delle spranghe dei coltelli e delle P38: avevamo voglia di essere spensierati e un po’ stupidi come si ha diritto di essere a vent’anni, perdio.

Voglia di vivere, come quella di questi nostri giorni che speriamo siano i primi davvero liberi dopo l’incubo del virus e delle mani igienizzate. La voglia di vivere è però tale che può farla anche perdere, la vita: troppe imprudenze, troppi incidenti sulle strade e sui laghi. Non si va in undici su un motoscafo lanciato a bomba contro un lockdown che non c’è più.

Ci eravamo detti, nei giorni cupi in cui eravamo chiusi in casa, che questa disgrazia ci avrebbe almeno insegnato a capire che non siamo padroni della nostra vita, perché basta un virus a mandare in tilt il mondo intero con tutta la sua portentosa tecnologia. Ora non vorrei che avessimo già dimenticato la lezione, e che invece di ringraziare per quello che ci è dato da vivere ci sentissimo di nuovo arbitri del presente e del futuro.

Domani ci togliamo la mascherina, ma già arrivano notizie di nuovi contagi e di nuove chiusure. Questo non lo dico per guastar la voglia matta, anzi. È che non sappiamo ancora tutto della nostra vita.