Roberto Pazzi Le Olimpiadi hanno un retaggio antico e glorioso, vengono dal mondo classico, da quella Grecia che innalzava la competizione e il primato sportivo fra i valori più alti. E solo una corona d’alloro era il premio ambito. Un raggio di quel valore morale della vittoria permane nelle Olimpiadi...

Roberto

Pazzi

Le Olimpiadi hanno un retaggio antico e glorioso, vengono dal mondo classico, da quella Grecia che innalzava la competizione e il primato sportivo fra i valori più alti. E solo una corona d’alloro era il premio ambito. Un raggio di quel valore morale della vittoria permane nelle Olimpiadi moderne, dove i premi in denaro ai vincitori sono assai più modesti di quelli riservati ai vincitori delle altre gare. Ora la rinuncia da parte di diversi campioni, molti per motivi fisici, tra cui anche il nostro Matteo Berrettini, che ci aveva fatto sognare a Wimbledon, ci rattrista per diverse ragioni. Soprattutto per un sospetto, quello dell’insensibilità dei campioni di fronte all’occasione di difendere dei colori di una Nazione. Rappresentare un intero Paese non dovrebbe essere già premio a se stesso?

Non significa forse l’elevazione delle proprie capacità a virtù di una intera comunità nazionale? Sono valori che trascendono il nostro privato e dilatano il nostro effimero passaggio sulla terra a mito eroico. Non è poca cosa, se il loro spettacolo è in grado di entusiasmare folle di milioni di italiani cosi restii a trovare oggi qualcosa che li aggreghi e il esprima. Ecco perché rattristarsi per le rinunce di questi campioni. Sembra quasi che la gloria che bastava agli antichi eroi greci paghi di una corona di alloro, oggi sia sconfitta e messa in cantina da quel propellente universale riducente ogni valore che è il denaro. Sono così poche le occasioni di vederlo contenuto questo dio denaro, che spiace vederne cadere una delle più nobili rimaste.