Roberto

Pazzi

età è quella che ci si sente?

Sembra quasi banale, ma è la verità. Perché la durata del tempo è funzione della felicità che stringe a un battito d’ala anche una lunghissima giornata.

E non è forse come una giornata l’intera vita di ognuno di noi? Di un giorno intero un’esistenza conosce la decadenza dal fulgore dell’inizio, scandita dall’alba, il mattino, il pomeriggio, la sera, la notte. Che cosa delinea gli anni, questa contabilità così fragile e approssimativa? L’attesa del futuro, la capacità di creare l’attesa, di inventarsela, di riempirla di ossessioni, le illusioni, la forza di credere che domani sarà un altro giorno, come ribadiva Rossella O’Hara con forza e ostinazione, in Via col vento. Perché la felicità è anche una costruzione, una capacità soggettiva di crearsi il vestito fatto su misura e non comperato già fatto.

L‘età è quella che si sente se ci si possa guardare ancora allo specchio con la soddisfazione di avvertire che le rughe sono il prezioso lascito di un’esperienza scelta e non subita almeno in parte. Come lo è un’occupazione dove ci si riconosca espressi, non alienati.

Forse l’età è quella che si avverte se si abbia avuto la fortuna o l’attenzione di curare il lavoro che si fa come espressione del profondo, non subìto.

È una misteriosa miscela, questa, di abilità e fortuna, come diceva Machiavelli di virtù e fortuna.