La bolgia umana di afghani che si sono accalcati all’aeroporto di Kabul per fuggire: ora. è il centro degli attentati terroristici
La bolgia umana di afghani che si sono accalcati all’aeroporto di Kabul per fuggire: ora. è il centro degli attentati terroristici

Riccardo

Brizzi

La celebre frase attribuita a Henry Kissinger "Chi devo chiamare se voglio parlare con l’Europa?" torna di estrema attualità nel pieno della nuova crisi afgana. All’indomani di una guerra combattuta e persa sotto le insegne Nato, a rimorchio degli Usa, l’Ue si trova di fronte a sfide che stanno mostrando, ancora una volta, la propria disunione e marginalità. La prima riguarda il rimpatrio del personale che ha lavorato per la delegazione Ue: ogni stato membro – di fronte all’impossibilità dell’Ue di emettere visti e organizzare rientri – si è trovato a contribuire individualmente, sottolineando l’inconsistenza europea in una situazione di emergenza.

La seconda sfida riguarda la crisi migratoria e i timori per la sicurezza: lo spettro che tra i rifugiati si nascondano estremisti sta restituendo protagonismo alle forze sovraniste ed antieuropee, mentre alcuni Paesi – a partire da Ungheria e Polonia (tra i più convinti sostenitori della missione militare in Afghanistan!) - hanno già dichiarato la propria indisponibilità ad accogliere rifugiati. Proprio la costruzione da parte di Varsavia di una barriera anti-profughi al confine con la Bielorussia è l’emblema delle contraddizioni dell’Ue. Il fatto che a edificare nuovi muri sul Vecchio continente siano Paesi dell’ex Oltrecortina suona come una nemesi della storia per un’Europa che esce dall’Afghanistan con i propri valori umiliati e la consapevolezza della propria evanescenza militare e diplomatica.