Il boss mafioso Leoluca Bagarella, 79 anni. Qui dietro le sbarre dell’aula bunker dell’ex carcere fiorentino di Santa Verdiana
Il boss mafioso Leoluca Bagarella, 79 anni. Qui dietro le sbarre dell’aula bunker dell’ex carcere fiorentino di Santa Verdiana
di Alessandro Farruggia La trattativa ci fu, ma non fu reato. La Corte d’assise d’appello di Palermo, dopo tre giorni di camera di consiglio, ribalta platealmente la sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato-mafia e assolve "per non avere commesso il fatto" l’ex senatore Marcello Dell’Utri (12 anni in primo grado), e "perché il fatto non sussiste" i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni (condannati a 12 anni in primo grado) e l’ex colonnello Giuseppe De Donno (8 anni in primo grado). Pena ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella, al medico mafioso Antonino Cinà la pena è stata confermata a 12 anni. Tutta l’indagine, formalmente iniziata nel 2008, ha portato a un nulla...

di Alessandro Farruggia

La trattativa ci fu, ma non fu reato. La Corte d’assise d’appello di Palermo, dopo tre giorni di camera di consiglio, ribalta platealmente la sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato-mafia e assolve "per non avere commesso il fatto" l’ex senatore Marcello Dell’Utri (12 anni in primo grado), e "perché il fatto non sussiste" i generali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni (condannati a 12 anni in primo grado) e l’ex colonnello Giuseppe De Donno (8 anni in primo grado). Pena ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella, al medico mafioso Antonino Cinà la pena è stata confermata a 12 anni. Tutta l’indagine, formalmente iniziata nel 2008, ha portato a un nulla di fatto.

Secondo la Corte d’assise d’appello, infatti, le trattative iniziate dopo l’omicidio dell’eurodeputato andreottiano Salvo Lima (marzo 1992) dai carabinieri del Ros con il politico trait d’union con la mafia, Vito Ciancimino, e intensificatesi dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino, furono, come hanno sempre sostenuto gli ex ufficiali dell’Arma imputati, lecite. Come venne scritto nella sentenza di assoluzione del ministro Calogero Mannino si trattò di nient’altro che "un’operazione info-investigativa di polizia giudiziaria, realizzata attraverso la promessa di benefici personali al Ciancimino di assicurare, ove possibile, le richieste nell’esclusivo interesse di Ciancimino stesso. Tale operazione si proponeva, mediante la sollecitazione a un’attività di infiltrazione in Cosa Nostra di Ciancimino, che ne avrebbe dovuto contattare i capi, il fine della cattura di Totò Riina, interrompendo così la stagione delle stragi".

Una tesi opposta a quella che a portato la sentenza di primo grado, che risale al 2018, secondo la quale la "trattativa" fu illegittima, perché protagonisti erano uomini delle istituzioni e soggetti che "rappresentavano l’intera associazione mafiosa". Secondo quel collegio, la proposta di trattativa dei carabinieri a Ciancimino ebbe l’effetto di "far sorgere – o quantomeno consolidare – il proposito criminoso risoltosi nella minaccia formulata nei confronti del governo della Repubblica sotto forma di richieste di benefici, al cui ottenimento i mafiosi condizionavano la cessazione delle stragi".

Ma questa impostazione è franata in appello. Due anni e mezzo di dibattimento hanno prodotto la nuova sentenza. Pronunciata secondo i principi che il presidente Pellino aveva specificato nell’aprile 2019, alla prima udienza: "Può accadere che in un processo che riguarda fatti molto eclatanti, la riscrittura di un pezzo di storia di un Paese sia un effetto inevitabile dei temi trattati e del lavoro delle parti. Ma lo scopo del processo d’appello è verificare la tenuta della decisione di primo grado sotto la lente dei motivi d’appello. Gli imputati sono persone in carne e ossa che saranno giudicate per ciò che hanno o non hanno fatto, se si tratta di reati. Questo è l’impegno della corte, e mi sento di rassicurare le parti". La sentenza di ieri è il risultato di questa impostazione.

"Esprimo solo la mia soddisfazione, null’altro", taglia corto Mario Mori. "Adesso – attacca Danila Subranni, figlia del generale – chi ha sbagliato deve pagare". "Il mio pensiero – chiosa Sergio De Caprio, il capitano Ultimo che mise le manette a Totò Riina – va alle famiglie dei generali Subranni e Mori e del capitano De Donno, a cui esprimo la mia grande vicinanza e con cui condivido il massimo disprezzo per quelli che hanno cercato di infangare l’onore di grandi combattenti della mafia".