Il dem Stefano Lo Russo, 45 anni
Il dem Stefano Lo Russo, 45 anni
di Viviana Ponchia Pende leggermente a sinistra. Di poco, Torino torna a buttarsi da quella parte con Stefano Lo Russo, che supera Paolo Damilano forte di una percentuale destinata a portarli al ballottaggio spalla a spalla. "Merito della nostra compattezza". E poi chiarisce la strategia per il ballottaggio: "Nessun apparentamento l’abbiamo detto fin dal primo turno, non ce n’è l’esigenza. Ma soprattutto abbiamo una cosa che si chiama coerenza e in politica credo sia molto importante". Il risultato importante in cui sperava il centrodestra – candidato naturale alla vittoria secca dopo 30 anni – non c’è stato. Invece non sorprende, ma fa rumore, il crollo verticale del grillismo in salsa piemontese un tempo fortissimo e riscaldato da Valentina Sganga, erede di Chiara Appendino (terza, ma...

di Viviana Ponchia

Pende leggermente a sinistra. Di poco, Torino torna a buttarsi da quella parte con Stefano Lo Russo, che supera Paolo Damilano forte di una percentuale destinata a portarli al ballottaggio spalla a spalla. "Merito della nostra compattezza". E poi chiarisce la strategia per il ballottaggio: "Nessun apparentamento l’abbiamo detto fin dal primo turno, non ce n’è l’esigenza. Ma soprattutto abbiamo una cosa che si chiama coerenza e in politica credo sia molto importante". Il risultato importante in cui sperava il centrodestra – candidato naturale alla vittoria secca dopo 30 anni – non c’è stato. Invece non sorprende, ma fa rumore, il crollo verticale del grillismo in salsa piemontese un tempo fortissimo e riscaldato da Valentina Sganga, erede di Chiara Appendino (terza, ma ferma in fondo): una condanna senza appello all’amministrazione uscente. "Ma noi abbiamo lavorato per la città, non per il consenso" è la difesa di Appendino. La candidata grillina fa notare che il tesoretto di voti sarà determinante al ballottaggio: "Vista la percentuale, posso dire che ci collocheremo all’opposizione, ma che il nostro è un 10% determinante. I nostri voti saranno decisivi per il prossimo sindaco". Damilano, nonostante il risultato, si dice soddisfatto: "Il centrodestra al ballottaggio è un risultato storico. La proposta della mia lista civica è stata accolta, siamo riusciti ad avvicinare i torinesi alla politica, anche se l’astensionismo è un problema enorme". Così si va al secondo turno in una città che per metà ci crede ancora e per metà se ne frega.

Ai seggi si sono messi in fila (si fa per dire) i quartieri del centro. Le periferie avevano di meglio da fare che ragionare su una scheda-lenzuolo con 13 candidati. E questo è il dato su cui riflettere al termine della campagna elettorale più sonnolenta a memoria di torinese. Uno su due ha deciso di non decidere. Cioè di lasciare decidere agli altri. L’affluenza supera di poco il 48%, dato peggiore di sempre: 9 punti in meno rispetto al 2016, 20 se si guarda al 2011. Un abisso in confronto al 1970, quando i votanti furono il 93,1%. La rabbia di 5 anni fa ha lasciato il posto all’apatia. Nel 2016 qui i Cinque Stelle vincevano dappertutto. Assecondavano il vento di frustrazione delle barriere, il risentimento degli esclusi.

Sempre su quello batteva la Sganga, dal 2018 capogruppo in Comune: lavoro, ambiente, giustizia sociale, inclusione. Un sentimento, come dice lei, più che un programma. Evidentemente non condiviso. A destra annusavano un’aria nuova, preludio di una sentenza storica: "I torinesi sono stanchi di pentastellati incapaci e di una sinistra che guarda solo al suo ombelico". Berlusconi dava la sua benedizione a Paolo Damilano, intimo di Giancarlo Giorgetti, ma sostenuto da una coalizione monstrum (oltre a Forza Italia e Lega, Fratelli d’Italia, Popolo della Famiglia, Progresso Torino, Sì Tav Sì Lavoro e la sua stessa lista). "Torino ha il diritto di cambiare – diceva il Cavaliere –. Il mio consiglio per lui è di girare in lungo e in largo, incontrare tutti, essere simpatico".

Sergio Chiamparino aveva un’altra visione del cambiamento: "A Torino serve un leader urbano, non un piacione da aperitivo". Cinquantacinque anni, imprenditore-ragioniere, ex pilota di rally, l’uomo del centrodestra sembra il parente di tutti perché tutti hanno almeno un figlio che è andato a scuola con i suoi (è il risultato di girare in lungo e in largo). Il senatore Mauro Laus lo critica da imprenditore più che da dirigente del Pd: "Non ha capito la cosa più importante. A differenza delle aziende private nel pubblico la volontà di un politico non si trasforma automaticamente in realtà". E questo Lo Russo lo sa bene, infatti ha evitato le promesse mirabolanti. Dieci anni di meno dell’avversario, geologo, già assessore di Fassino, conosce tutte le combinazioni dell’apparato burocratico. Piddino e "pistino", come dicono da queste parti per definire uno preciso allo sfinimento, si prende il primo round e ringrazia.