di Ettore Maria Colombo Garantire una gestione ordinata della legislatura e, nel contempo, mandare Draghi al Colle, pur considerandolo il male minore, per evitare mali maggiori: il trionfo di Berlusconi o uno scenario di tutti contro tutti che imbarazza e avvilisce il Paese con una pandemia riesplosa in piena regola. Questi sono gli obiettivi massimi di Letta (foto). Il segretario Pd ha due alleati nella ‘guerra per il Colle’ che sta per aprirsi, e sono di primo livello. Il primo alleato,...

di Ettore Maria Colombo

Garantire una gestione ordinata della legislatura e, nel contempo, mandare Draghi al Colle, pur considerandolo il male minore, per evitare mali maggiori: il trionfo di Berlusconi o uno scenario di tutti contro tutti che imbarazza e avvilisce il Paese con una pandemia riesplosa in piena regola. Questi sono gli obiettivi massimi di Letta (foto).

Il segretario Pd ha due alleati nella ‘guerra per il Colle’ che sta per aprirsi, e sono di primo livello. Il primo alleato, ovviamente, è Giuseppe Conte. Nel vertice tra i tre leader giallorossi (Letta, Conte, Speranza) di pochi giorni fa, i tre partiti (Pd-M5s-LeU) hanno deciso di stabilire una strategia e regia unica e una marcia comune. La prima scelta – anche se non viene recitata, in pubblico, per non spaventare nessuno dei peones – è di accettare che Draghi traslochi al Colle, con i voti dell’intera attuale maggioranza, e che la transizione verso un nuovo governo (con la maggioranza attuale o una maggioranza ‘Ursula’) sia la più soft possibile. La tenuta del governo sarebbe garantita dall’attuale Guardasigilli, Marta Cartabia.

Il secondo alleato di Enrico Letta si chiama… Giorgia Meloni. I due, ormai, si vedono più volte, con la scusa di presentare libri altrui o propri, si parlano, si telefonano, si sono scoperti simpatici. A Letta la Meloni ‘serve’ perché è il principale ostacolo sia alla volontà di Salvini di lasciare Draghi dov’è, cioè a palazzo Chigi, sia alla fortissima autoconvinzione di Silvio Berlusconi di potersi candidare, e spuntarla, dal IV scrutinio. Meloni, deposta la speranza di elezioni anticipate, si ritroverebbe con un Capo dello Stato garante di una piena e sicura investitura della giovane leader della destra, se vincesse le future elezioni. Letta ne otterrebbe il rinvio di elezioni politiche per le quali non si sente ancora pronto (checché se ne dica). Inoltre, la presenza di Draghi al Colle vuol dire avervi un ‘guardiano’ della Carta, dei conti pubblici e dell’ancoraggio dell’Italia alle sue alleanze internazionali (Ue, Nato, Usa). Altri nomi da proporre - se non candidati ‘di bandiera’, come Anna Finocchiaro, se alle brutte l’operazione Draghi al Colle non andasse in porto – il Pd (e pure i 5Stelle) proprio non ne hanno. Resta, però, l’avversario in casa. Sono i gruppi parlamentari nominati ed eletti, nel 2018, da Matteo Renzi. Letta non si fida, soprattutto, di Base riformista. Non a caso, ha convocato, il 13 gennaio, la Direzione del Pd, allargata ai gruppi. Vuole ‘serrare le fila’.