di Cesare De Carlo Sette giorni a dicembre, ottant’anni fa. Settimana decisiva nella storia del mondo. Cadde fra il 5 e il 12, scrivono in un libro due noti studiosi britannici, Brendan Simms (University of Cambridge) e Charlie Laderman (London King’s College). Il libro ha per titolo Hitler’s American Gamble, più o meno La scommessa americana di Hitler. Esce nell’imminenza dell’anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941). Non il solo ovviamente, ma certamente il più interessante perché contesta la ricostruzione della prevalente storicistica sulle conseguenze di quell’evento. Non è vero – affermano gli autori – che Pearl Harbor fu il pretesto addotto da Franklin D. Roosevelt per entrare in guerra anche contro la Germania. Il Giappone era già un nemico più che impegnativo. E inoltre il Congresso non avrebbe mai dato l’autorizzazione a un...

di Cesare De Carlo

Sette giorni a dicembre, ottant’anni fa. Settimana decisiva nella storia del mondo. Cadde fra il 5 e il 12, scrivono in un libro due noti studiosi britannici, Brendan Simms (University of Cambridge) e Charlie Laderman (London King’s College). Il libro ha per titolo Hitler’s American Gamble, più o meno La scommessa americana di Hitler. Esce nell’imminenza dell’anniversario dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941).

Non il solo ovviamente, ma certamente il più interessante perché contesta la ricostruzione della prevalente storicistica sulle conseguenze di quell’evento. Non è vero – affermano gli autori – che Pearl Harbor fu il pretesto addotto da Franklin D. Roosevelt per entrare in guerra anche contro la Germania. Il Giappone era già un nemico più che impegnativo. E inoltre il Congresso non avrebbe mai dato l’autorizzazione a un allargamento del conflitto. Comprensibile.

Gli Stati Uniti non erano pronti. Stavano uscendo a fatica dalla Grande Depressione. Come trovare le risorse per combattere su due fronti? Prioritaria era la reazione alla sfida del Giappone. Anche perché l’attacco proditorio era arrivato all’improvviso. Non c’era stata una preventiva dichiarazione di guerra, come si usava nel secolo scorso. E così nelle prime ore del 7 dicembre 1941 gli aerei nipponici decollati dalle portaerei al largo delle Hawaii distrussero quasi per intero la flotta americana del Pacifico. Sarebbe stato il colpo mortale? A Tokyo ne erano convinti. Prudente e timoroso invece l’ammiraglio Yamamoto, lo stratega dell’attacco: abbiamo svegliato il gigante – disse agli ufficiali che brindavano in suo onore – che Dio ce la mandi buona. Esattamente. Il gigante si svegliò. In meno di sei mesi costruì decine di migliaia di aerei, mezzi corazzati, centinaia di navi, allestì due eserciti, uno per il Pacifico e un altro per l’Europa.

Quel che non si sa o si sa meno è che in Europa non avrebbe mai messo piede, nonostante le pressioni del britannico Churchill con l’acqua alla gola. O almeno non subito. In quel dicembre 1941 Londra era allo stremo. Bombardata giorno e notte, attendeva l’immancabile, prevedibile invasione. Del resto i tedeschi avevano inflitto una disastrosa disfatta agli anglo-francesi nella battaglia di Dunkerque. Avevano ammassato le truppe a Calais per lo sbarco risolutivo. I Balcani e il Nord Africa erano nelle loro mani. E sul fronte orientale erano alle porte di Mosca. La sola, ultima speranza di Churchill stava nel coinvolgere Roosevelt nel conflitto europeo. Analoga la speranza di Stalin. Ma da Washington non veniva alcun segnale. E nemmeno Pearl Harbor sembrava aver fatto cambiare a Roosevelt l’ordine delle priorità, che rimanevano il New Deal all’interno e la guerra al Giappone all’esterno.

Rivelano Simms e Laderman che, il 7 dicembre, alla notizia dell’attacco giapponese, Churchill commentò rassegnato: ora Roosevelt penserà ancora di meno a me e all’Europa. Dall’altra parte, a Mosca, Stalin aveva le spalle al muro. Giocò il tutto per tutto e lanciò un’estrema, disperata controffensiva. Obiettivo: scongiurare la caduta di Mosca. A questo punto, l’11 dicembre, l’improbabile diventa probabile. Roosevelt scende in guerra con Hitler. Ma non per sua decisione. È Hitler davanti al Reichstag a dichiararla. E questa è la sua scommessa. Scommessa sbagliata. Perché lo fa? "Avrebbe dovuto immaginare che, impegnato com’era nell’operazione Barbarossa, alla lunga non avrebbe potuto vincere contro gli Usa", scrivono i due storici. I quali si schierano contro la tesi del dittatore pazzo.

No, il Führer nazionalsocialista non si sarebbe lasciato guidare da istinti irrazionali, dalla vocazione alla distruzione e all’autodistruzione. La spiegazione avrebbe poco o nulla a che fare con la psicologia e più con il calcolo strategico. Hitler giocava d’anticipo. Era certo che prima o poi gli Stati Uniti si sarebbero mossi in soccorso dei cugini britannici. Meglio allora un’azione preventiva: attaccarli mentre ancora stavano allestendo la risposta al Giappone. Dunque dal 12 dicembre 1941 Hitler si trova ad affrontare anche gli Stati Uniti. La sua decisione segna l’inizio della sua fine. L’intervento americano rovescia gli equilibri militari su tutti i fronti. Yamamoto ci aveva visto giusto. Il gigante si era svegliato. E Hitler – per citare un altro noto storico inglese, A. J. P. Taylor – "commise suicidio per paura di morire".

(cesaredecarlo@cs.com)